Aimé Césaire avrebbe detto che Ucai è Didiga. Nomen Omen

di Octave Clément DEHO

Si fanno chiamare UCAI.
UCAI?
Ecco un acronimo che mi ricorda il seguente detto in francese: “Le hasard fait si bien les choses”. E, a ragione. UCA in una delle numerose lingue della Costa d’Avorio significa “Eccoli”. UCAI/Eccoli è naturalmente la risposta alla domanda seguente: “Dove sono?” Oppure “Chi sono?”. Tradotto: “U-dé-è?”.
Quindi: Domanda: “U-dé-è?
Risposta: Ucai!
Qualcuno voleva vedere gli Africani in Italia? UCAI!
UCAI! Eccoli! Non è vero che c’entra con “ecce Homo”? No!? Eppure…
Mi spiego. E’ una verità lapalissiana l’affermazione secondo la quale la società italiana si sta ammalando di un male chiamato “sovranismo”. Cosi, come quando un corpo è attaccato dai virus, c’è bisogno che i suoi anticorpi cerchino di difenderlo.

Che siano chiamati a difenderlo. E la nuova società italiana, di anticorpi contro questo male, ne ha. Ecco Ucai. Quelle comunità che sono il contrario della chiusura. Quelle comunità che sono un’antitesi del pensiero nazionalista (ri) nascente, che portano dentro di loro l’antidoto per rimediare agli effetti del veleno. Lo portano dentro di loro perché si sono svuotati di questo male vivendo qui, in Europa. Sono i nuovi costruttori di città. Sono storie nuove che non vogliono più vivere storie vecchie. I loro anticorpi sono la conoscenza della loro storia. Non solo la storia della sofferenza. Dentro di loro c’è la memoria di ieri e l’intelligenza di domani.

U-dé-è? Chiedono i detentori della fiala del nuovo male, il sovranismo.

Ucai! Risponde la Storia per gli Africani d’Italia.

Quale storia? Mi stai per chiedere. Allora, ascoltami per favore.
In Amistad, il film di Steven Spielberg, c’è un episodio che mi è rimasto impresso. E credo che quelli che hanno visto questa pellicola saranno del mio parere: è il momento in cui l’anziano avvocato che difenderà il caso degli schiavi pone la seguente domanda. “Qual è la loro storia?”; “Sono Africani? E’ vero! Ma qual è la loro storia”?

Vorrei quindi ricordare attraverso il mio scritto una storia. E’ una storia plurale, una storia “acqua” in cui in molti sapranno riconoscersi. E’ una storia lunga. Non una storia grande. Lasciamo la grande storia agli altri. La mia, la nostra è una storia lunga. Lunga come il Nilo, il Congo, lo Zambesi, il Senegal, il Djoliba, il Comoé, il Djibo, il Logone, il Sé- à-è-gban-an… tutti i fiumi d’Africa messi insieme. Fiumi numi; fiumi delle origini.

Ecco una storia Didiga.

Didiga è quel fenomeno che il pensiero comune non è in grado di concepire; è una storia fuori dall’immaginario del comune mortale. Di conseguenza, è Didiga la nascita e la presenza in Italia di una associazione di donne e uomini che decidono di mettere in piazza quello che sono per ottenere un loro diritto di esserci. Esserci, altrimenti detto, per partecipare, per “aver il diritto all’iniziativa che è il diritto alla personalità” come lo diceva Aimé Césaire.

Didiga, o l’estetica dell’Impensabile, è una corrente delle nuove letterature in Africa all’indomani della decolonizzazione. Il Didiga è cronologicamente la logica continuazione del cammino della letteratura negro-africana in forma scritta. Questa letteratura parte dalla Harlem Renaissance, passa attraverso la Negritudine, prima di giungere all’emergere dell’Africa nera. L’Africa Madre. Ricapitolando, all’inizio del secolo scorso (1920) i neri, figli di schiavi, fondarono in America un movimento di redenzione culturale chiamato The Harlem Renaissance o The Negro Renaissance. Si trattò di un riappropriarsi delle proprie radici negro-africane in una società in cui vissero il passaggio dallo statuto di bestie da soma a quello di cittadini dell’ultimo gradino della scala sociale. Langston Hugues, William E. Du Bois, Claude Mc Kay, Countee Cullen sono alcuni dei nomi degli scrittori e attivisti di questo movimento.

Più tardi, negli anni quaranta, in Francia, un nuovo movimento letterario farà eco dai bordi della Senna alla Negrorenaissance statunitense: è il movimento della Negritudine, fondato da Aimé Césaire, Léopold Sedar Senghor e Léon Gontran Damas.

Il filosofo francese Jean-Paul Sartre diede a costoro l’appellativo calzante di “Orfei neri”. Infatti, come l’amante di Euridice, gli iniziatori della Negritudine, poeti, avevano deciso di intraprendere il cammino introspettivo alla ricerca dell’amata Africa. Terra incognita, senza civiltà, uomini senz’anima, ecco quello che sosteneva l’eurocentrismo. Questa tesi, di conseguenza, fungeva da “brainwash education” per quegli Africani che non sapevano niente della loro storia e della loro cultura d’origine. Poi ci fu la seconda guerra mondiale, dopo la quale il sacrificio dei soldati arruolati nelle colonie fu merce di scambio per ottenere la liberazione dalle nazioni colonizzatrici all’inizio degli anni 60, quasi vent’anni dopo la fine della Guerra. Da quel momento, gli intellettuali africani si assunsero un altro impegno. Questa volta, l’obiettivo sarebbe stato quello di portare alla luce la diversità e la ricchezza delle tradizioni dei rispettivi paesi del continente africano. In Senegal, nel Mali, in Costa d’Avorio, nel Burkina Faso, ecc. dagli anni settanta in poi si noterà un fervore in questo senso da parte di intellettuali e artisti. Tuttavia, l’intento non sarà quello di fare a meno di tutto ciò che il cattivo colonizzatore rappresentava. Si tratterà invece di coniugare culture africane e lingue del colonizzatore: francese, inglese, portoghese, spagnolo.

Bottey Zadi Zaourou, professore universitario, poi ministro della Cultura in Costa d’Avorio, fu uno dei pionieri di questo progetto di valorizzazione delle culture indigene. Le sue ricerche condussero alla scoperta del Didiga, l’arte del cacciatore del gruppo etnico chiamato Bété, di cui Zadi stesso è originario.

Didiga ecco il modo di pensare al quale siamo chiamati. Pensare l’impensabile. El Che diceva: “Siate realisti. Chiedete l’impossibile”, Fiorella Mannoia fa parlare Thomas Sankara in “Quando l’angelo vola” ed ecco le sue parole: “Tutto quello che viene dall’immaginazione dell’uomo è per l’uomo realizzabile”.

Ho citato sopra alcuni fiumi africani pensando a Poseidone, il dio greco del mare e delle acque. Omero narra che questo dio si recava spesso nel paese del Neri dove questi l’accoglievano come un loro dio. Ecco perché Ulisse, Odisseo dovette recarsi nel paese dei Neri per farvi il sacrificio quindi riportare l’armonia tra il dio e lui.

L’armonia, ecco quello che portiamo qui. “Aca”, cioè eccoci.

 

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