APRIRE GLI OCCHI: I GIORNALISTI ITALIANI NON VEDONO L’AFRICA

di Stefano Golfari

Ho aderito al progetto UCAI con convinzione, ma non sovrappensiero: il cammino che dobbiamo percorrere non sarà senza difficoltà e non sarà senza incomprensioni, senza rischi e senza avversari. Gli avversari più pericolosi, però, non saranno persone fisiche, né soggetti politici o sociali. Saranno le consuetudini, i vizi mentali, i “luoghi comuni” e le banalità.

Molti fra i miei colleghi giornalisti italiani, ad esempio, hanno scritto e parlato a lungo di Africani e di Afroitaliani senza mai scrivere e parlare di Africa. Hanno per ciò avuto una idea di Africa e di Africani pre-concetta e pre-giudiziale, il che ne ha fatto anche una idea parecchio approssimativa. E quindi inutilizzabile, nel mondo reale.

Innumerevoli volte, ascoltando e leggendo come i media dibattevano la “Questione migranti”, ho avuto la brutta sensazione che – in fondo – si intendesse parlare solo e soltanto di politica Italiana. Interessano le polemiche sul Governo, sul Premier, sul Ministro (sempre il ministro dell’Interno, mai il ministro degli Esteri) e interessano assai le reazioni dell’elettorato (che ora qualcuno chiama “Popolo”), ma – sia cronaca, corsivo, editoriale – interessa poco, o niente, comprendere da dove arriva la notizia che è fatta di Africani. Bella o brutta che sia la notizia, l’Africa scompare sullo sfondo.

E cioè: mentre in Italia di “immigrati” discutevamo giorno per giorno negli ultimi vent’anni e con una assiduità ossessiva in alcune fasi (solitamente quelle precedenti un voto popolare), ci siamo però dimenticati che ogni “immigrato” è un “emigrante”. Emigranti non ci si nasce, si diventa: emigrante è un tipo (o tipa) che parte o non parte in relazione a problematiche (di ordine materiale, sociale, politico o anche psicologico) che stanno nella sua terra d’origine. Esattamente come succedeva agli “emigranti” italiani, esattamente come capita in ogni flusso migratorio.

Pur discendendo da quella terra di emigranti che abitiamo, noi giornalisti italiani abbiamo raccontato le migrazioni dall’Africa dimenticando l’Africa. Grave errore. Anzi, doppio errore: in primo luogo perché l’ignoranza è sempre una componente negativa del rapporto fra gli umani. Produce quella diffidenza che nella vita comune delle donne e degli uomini si trasforma in paura o cattiveria, prima di diventare razzismo.

E in secondo luogo perché l’Africa è una “cosa” grossa, solo uno stupido la può dimenticare. Solo chi dorme non la vede. Apriamo gli occhi una volta per tutte: l’Africa è l’immenso continente di cui gli italiani dovrebbero ringraziare Dio che ce l’ha posta vicina. Ringraziamenti, diciamo così, di ordine tutt’altro che spirituale: senza l’Africa l’Italia sarebbe molto più povera.

Ricordate, italiani? Nel 2014 il suo primo viaggio da Premier Matteo Renzi lo fece in Africa, accompagnato da Claudio De Scalzi, l’amministratore delegato di ENI, l’Ente nazionale idrocarburi: in Mozambico i due firmarono un contratto da 50 miliardi di dollari, per estrazione di metano da quello che è – disse allora De Scalzi – “Il più grande giacimento di gas mai scoperto da ENI, che potrebbe coprire l’intero fabbisogno italiano per i prossimi 30 anni”. Ma no, gli italiani non ricordano: perché mentre si firmava quel contratto vantaggioso (chi investe solitamente ci guadagna) i giornali, il web e le tv erano pieni soltanto delle polemiche sugli “immigrati che ci rubano il lavoro” e degli allarmi sulla “invasione” degli africani che “tutti in Italia non ci stanno”. Vien da ridere. Avete notato che l’invasione è già finita? E non mi sembra che tutti gli africani siano arrivati in Italia, altrimenti in questo momento ci sarebbero soltanto posti in piedi e io non me ne starei seduto a scrivervi queste scemenze… Già. Che poi, anche qui: non è che l’emigrazione dall’Africa si sia improvvisamente smaterializzata per magia.

La questione è molto più complessa e, appunto, andrebbe letta nella sua dinamica ampia, globale. Ma una cosa è certa: se negli ultimissimi anni i numeri del flusso migratorio Africa-Italia sono calati, soprattutto nella componente, non unica, fatta di barconi fuori-legge e di tragedie, si badi: ciò dipende da quanto di nuovo è accaduto in Africa, non in Italia. E attenzione: nel bene e nel male, intendo. Ma astenendomi per sintesi da giudizi che occorrerebbe argomentare, voglio sottolineare almeno un aspetto tanto palese quanto poco indagato dai media nostrani: lo scenario ha preso a mutare da quando i ministri italiani (e non da molto, il primo fu Minniti) hanno ri-preso a occuparsi di Africa.

Ad andare in Africa, a confrontarsi con i loro colleghi africani e con le specifiche realtà di quel misterioso Continente che però conosciamo assai approfonditamente quando si tratta di estrarre gas, olio, petrolio e non solo. E dunque: posto il fatto che dovrebbe con ciò essere definitivamente evidente come un effetto (gli africani in Italia) discenda dalla sua origine (gli africani in Africa), occorre al più presto andare a osservare bene, meglio, che cosa accade e sta accadendo in Africa. Abbandonando alle sue commedie il teatrino della politica italiana che discute di Africa in salotto. Bisogna entrare in questo nuovo dibattito: cos’è Africa oggi? E quale Africa? E che ne sarà domani? E quali nuove opzioni aprono, gli Africani, per l’Italia, l’Europa e il mondo? È questo nuovo dibattito che conta. Su questo terreno abbiamo, noi italiani, una ricchezza nuova e insperata: gli Afroitaliani.

Le generazioni (oramai ben più d’una) di uomini e donne nati e/o cresciuti in Italia ma di origine genetica e/o culturale africana sono la forza sulla quale dobbiamo fare leva per superare il gap di ignoranza che ci affligge. E che affligge e discredita soprattutto chi, invece, dovrebbe e deve fare informazione. Sapere è potere, come sempre. E per l’Italia, piccolo ma geniale ponte naturale fra Africa e Europa, riuscire a sapere meglio, a sapere prima come e diversamente si trasformano le cose e le persone a sud del canale di Sicilia è importantissimo, fondamentale, vitale.

Concludendo e tornando ai miei colleghi giornalisti… Forse è il caso, con grande gentilezza, di urlare nelle orecchie a Lorsignori che una notizia fatta di Africani arriva dall’Africa. Aggiungendo che, ma sempre con attenta cortesia, l’ottundimento cerebrale che porta a ignorare elementi evidenti della realtà intorno a noi, ha del patologico: è una fobia che va curata. Ecco, UCAI è la cura. La medicina che ci vuole.

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One Comment on “APRIRE GLI OCCHI: I GIORNALISTI ITALIANI NON VEDONO L’AFRICA”

  1. Leggo e rileggo queste parole scritte. Hanno la bellezza delle parole d’amore. Riflettono il tempo. Passato, presente e futuro ci si passano la mano e anche parole.
    Io ho udito. Io ho preso nota.
    Grazie!

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