FRANCIA, CINA, GIAPPONE, SPAGNA, COREA DEL SUD, USA, CANADA, BRASILE, ITALIA, COSA LEGA TUTTI QUESTI PAESI ALL’AFRICA? L’URANIO E NON SOLO

Ricchezza d’Africa.
di Otto Bitjoka, Bri Bribess

Oggi vi parleremo dell’Uranio, di questo prezioso e ricco minerale che ha suscitato l’interesse di un intero globo, e che guarda caso, si trova in AFRICA.

Questo metallo si trova in maggiori quantità nello Stato del Niger, uno dei paesi più ricchi ma più poveri al mondo, dove i ¾ della popolazione vive con meno di 2 Dollari al giorno, e con problemi di malnutrizione diffusa. Eppure il Niger, paese del Sahel, è il quarto produttore di uranio sul globo.

Questo metallo bianco argenteo, che è estratto principalmente da due minerali, la Carnotite e l’Uraninite, è radioattivo e tossico, ma, è il più importante combustibile nucleare dei reattori a fissione. L’uranio più comune è quello di tipo 238 U, cosiddetto “uranio impoverito” che viene utilizzato per la produzione di munizioni, proiettili, parti di aerei ed imbarcazioni e in ambito medico, mentre l’uranio 235 U, “uranio arricchito” è decisamente più raro ed è impiegato per fini bellici e centrali nucleari. L’uranio impoverito quindi per essere maggiormente utilizzato, subisce processi di arricchimento, in altre parole viene aumentata la percentuale di isotopo, per trasformarlo in uranio arricchito.

Se oggi l’uranio è impiegato per la produzione di energia elettrica, e nell’industria bellica e civile, nel 79 a.C. veniva utilizzato per la decorazione di manufatti in ceramica. Dalla fine dell’Ottocento il suo interesse cresce anche nella produzione dell’orologeria, dopo che lo scienziato francese Henri Becquerel, scoprì come l’elemento uranio generasse un impercettibile flusso di particelle fosforescenti, che mescolato ad altre sostanze poteva brillare per anni. Ben presto fu impiegato per illuminare i contachilometri delle automobili e di altri veicoli, ma anche in ambito medico, nelle prime versioni primitive della radioterapia per fermare la propagazione di cellule tumorali.

Così nacquero anche i primi collutori e bevande, considerate la migliore terapia, fino alle prime morti che ne arrestarono il commercio.

La U.S. Radium Corporation che utilizzava la vernice di radio per le lancette degli orologi, dovette risarcire le proprie dipendenti che iniziarono ad ammalarsi a causa dell’esposizione al radio. Così furono risarciti anche i nativi minatori Navajo e i lavoratori delle miniere del Colorado colpiti prevalentemente dal cancro al polmone per l’esposizione all’uranio.

L’estrazione dell’uranio sta avvelenando il Niger, il rapporto di Greenpeace denuncia la presenza di acque contaminate, sostanze nocive, polveri sottili che mettono a repentaglio la salute degli abitanti.

Chi risarcirà queste morti? E saranno mai riconosciuti i danni, provocati dall’estrazione dell’oro maledetto ai nigerini e africani?

L’estrazione di questo metallo in queste aeree, continua a non placarsi, poiché essendo il più ricco, è anche quello più ambito fra le potenze mondiali. Dai dati emerge che l’uranio nigerino garantisce alla Francia oltre il 75% della sua energia elettrica, fornita dalle centrali che alimentano ben 58 reattori nucleari.

Il Niger che ha raggiunto l’indipendenza dal 1960, fino ad oggi, ha subito circa 4 colpi di Stato ufficiali dall’indipendenza (l’ultimo dell’ex presidente Mamadou Tandja nel 2010) ed è a rischio costante, di attacchi terroristici. Come riporta il Sole 24 ore, del 27 dicembre 2017, per appoggiare l’operazione euro-africana varata dal governo Macron, l’UE stanzierà circa 50 milioni di euro, altrettanti gli USA, e i cinque paese africani (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad). Mentre ne stanzierà circa 8 la Francia, 100 i Sauditi, e 30 gli Emirati arabi.

L’obiettivo di questo intervento è quello di contrastare le forze jihadiste del Sahel sostenute dal rivale Qatar. Come riportano varie fonti giornalistiche, la missione Barkhane in Mali (area ricca di giacimenti di petrolio, uranio e gas) e in Niger, vede impegnate le truppe del contingente britannico, tedesche e canadesi che affiancano le forze francesi. Sono circa 4mila i soldati francesi impegnati in tutta l’Africa occidentale e non mancano nemmeno le forze statunitensi, ormai presenti da decenni sul territorio.

L’operazione Barkhane diversifica da tutte le altre, per l’estensione dell’area su cui agisce – il Sahel – ossia tutti gli Stati che compongono il c.d. G-5 Sahel che include: Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Mauritania. Impossibile non collegare gli interventi dell’Africa occidentale alla presenza di uranio, di petrolio e di altre risorse naturali, nonché per la presenza della nuova new entry asiatica in Africa. Non dimentichiamo neppure di citare la corruzione che investe il governo nigerino, tanto che, l’attuale presidente Mahamadou Issoufou (in carica dal 2011) è accusato di appropriazione illecita dei proventi dell’uranio.

E l’Italia? Il nostro bel paese non sta certo a guardare. Il governo Gentiloni autorizzò l’operazione italiana nella missione MISIN, in Niger con circa 470 unità.

La presenza italiana volta a contrastare il fenomeno dei traffici illegali e il terrorismo, partecipa con interventi anche in Mauritania, Nigeria e Benin, mentre già opera in Tunisia e Libia dove continua l’addestramento della guardia costiera. La finalità della missione MISIN, è garantire la sicurezza per la stabilizzazione dell’area del Sahel, a fianco dell’Europa e Stati Uniti. Molte testate affermano che, la presenza italiana si limiti ad aiuti umanitari. Dalle notizie apparse sui vari quotidiani, il nuovo governo non rinuncia all’operazione militare e vuole aprire un Hotspot da affidare a personale ONU e Libico per fermare i migranti in Niger, nei confini libici.

La ormai nota massiccia presenza di interventi militari nel continente africano, risuona un po’, come una sorta di guerra in atto non dichiarata, a danno delle popolazioni africane che, involontariamente, si trovano intrappolate fra i vari interessi del mondo.

 

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