LE BANLIEUE: IN MANCANZA DI UN’IDENTITÀ SOLIDA È DIFFICILE INTEGRARSI

di Emmanuel Edson
Sul tema delle Banlieue, Renzo Piano in un’intervista rilasciata a France.fr diceva che “il disagio non è solo questione di povertà ma piuttosto di esclusione, di negazione dell’identità che produce odio”, poi aggiungeva: “Tutte le città sono egoiste e tendono a trattenere nel centro le attività d’interesse e a relegare le periferie nel ruolo di dormitori.” Durante gli attentati successi in Inghilterra, Francia e Belgio, assistemmo a settimane di dibattiti sull’integrazione. I vari esperti ci spiegarono con mille ragioni e mille altri modi, spesso sulla scia dell’emozione, il motivo di quegli atti di terrore. La reazione degli abitanti delle banlieue sulle loro condizioni sociali ed economiche era stata notevole.

Alcuni di questi esperti alimentarono l’idea secondo la quale tanti immigrati odiavano la cultura occidentale e non volevano integrarsi perché le regole in Europa gli stavano strette. Altri manifestarono la loro totale intolleranza verso quelle persone che, pur vivendo in Europa, mantenevano abitudini profondamente ancorate alle loro radici. Si parlò poi delle periferie come incubatori di mali. Si generò un conflitto tra autoctoni e immigrati, con il terrore degli attacchi ripetuti, ingrossando le file dei sovranisti. Si puntò il dito contro le persone, ma forse occorreva una riflessione sull’ambiente in cui erano cresciuti questi attentatori. Giovani, giovanissimi ragazzi nati e cresciuti in Paesi che da sempre si erano vergognati di loro. Quei cittadini, di periferia, delle Banlieue non erano neanche cittadini a metà, erano un onta, una specie di peste.

Si scelse di tacere sul modo in cui quei quartieri erano stati concepiti e realizzati. Proprio il pensiero dietro alla realizzazione di quei luoghi aveva giocato un ruolo importante nel favorire quando vi stava accadendo. Nel caso della Francia, la costruzione delle banlieue, quartieri scollegati dal centro, era pensata per accogliere gli immigrati. Un piano urbanistico legato alla visione del grande maestro Le Corbusier, uno degli architetti più influenti del Novecento, che guardava con ammirazione i nazisti di Hitler.

Oggi a distanza di settant’anni, ci si chiede come la Francia, uscita dall’occupazione nazista, abbia potuto affidare la sua ricomposizione socioculturale a un uomo che simpatizzava per il nemico. La Francia, forse in modo inconsapevole, ha riprodotto lo spirito della colonizzazione direttamente sul suo suolo. Il bisogno di manodopera di allora ha aperto le porte del Paese.

Infatti, la maggior parte dei migranti provenienti dalle ex colonie faceva comodo sul piano economico. Si scelse di tenere lontano i “barbari” dai gioielli di casa, il centro ad esempio. Si rifiutarono di porsi delle domande sul futuro di quelle persone. Dimenticarono che, ogni nuovo emigrato, che era una persona, un essere umano, fosse un albero. E, come l’albero, l’essere umano germina e mette radici.Quei “barbari”, stranieri, altri totalmente altro da loro, l’hanno fatto sul suolo di Francia.

Una cinica considerazione la possiamo fare, se guardiamo ai vantaggi che quell’ondata d’immigrazione ha fruttato alla nazione francese. Oggi, si parla della Francia plural e mixité, quando i giovani cresciuti in quei ghetti vanno a rappresentare i valori della stessa Francia fuori dai confini della repubblica, vedasi la vittoria al mondiale o alle olimpiadi, ad esempio.

L’immigrato, specie il migrante africano, non è solo un consumatore. Fare discorsi sull’integrazione con leva sui sentimenti delle persone, è soltanto tattica politica perché l’integrazione è un valore legato alla diversità. Negare alle persone di vivere la propria umanità, è bene ricordarlo, spesso porta all’alienazione.

In mancanza di un’identità solida è difficile integrarsi. Le periferie sono anche e soprattutto luoghi, dove nascono delle ricchezze.

 

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