UCAI Newsletter

Marzo 2019 – #02

PARLAR FRANCO

Intervista con Alessandro Di Battista
di Stefano Golfari

 

Il Gran Galà Ucai di Roma-Tivoli è stato, oltre che un appuntamento di grande piacevolezza e di grande interesse, allietato dall’intervento di prestigiosi artisti, un evento ripreso dalla stampa, dai media e dalle televisioni nazionali soprattutto a motivo dell’intervento di Alessandro di Battista, cosa attorno alla quale la trasmissione di La7 “Non è l’Arena” condotta da Massimo Giletti ha realizzato ben 2 diversi reportage andati in onda uno domenica 3 e l’altro domenica 17 febbraio. La presenza di Alessandro Di Battista, uno dei leader del Movimento 5Stelle (ma anche il solo che sia rimasto fuori dal Governo), si spiega così: in conseguenza delle discussioni e delle polemiche suscitate in Italia e nel mondo – e moltissimo in Africa – dalle sue dichiarazioni sulla questione del Franco CFA (in particolare nella sua partecipazione alla trasmissione di Rai1 “Che Tempo che fa” condotta da Fabio Fazio), Di Battista ha conosciuto il presidente UCAI Otto Bitjoka e, riconoscendo le sue competenze sul tema, ha a lungo dialogato con lui. Invitato al Gran Galà non si è fatto pregare e, indubbiamente, la sua partecipazione alla serata ha riscosso molto successo fra i presenti. Il resto lo racconta lui stesso nella intervista trascritta qui sotto…

Alessandro, sei contento di essere qui?

Beh, sì. Certo… Ho conosciuto Otto e ci siamo ritrovati in una serie di battaglie… Ieri riflettevo su questa cosa: fino a che ci concentreremo – per l’amor di Dio, con il massimo rispetto – soltanto sul tema dell’accoglienza mancherà sempre un pezzo fondamentale al nostro approccio alla questione “Migranti”. Dobbiamo iniziare a porci delle domande che vanno al di là della cronaca quotidiana: nei giorni in cui la Sea Watch è stata al largo della costa di Siracusa cosa è successo in Africa? Quanti piccoli imprenditori sono fuggiti da quella che è casa loro, magari con destinazione Sud America? Quanti ragazzini si sono ammalati di malattie che potrebbero essere facilmente curate e invece diventano tragiche, mortali? Quante persone sono morte di fame? Quanti miliardi si sono intascati le classi dirigenti corrotte dell’Africa? Cioè, tutto questo nel Mainstream è ignorato. E allora io che devo fare, devo rispodere ogni giorno in TV su Salvini, sulla Sea Watch? …Non me ne frega niente di entrare in quel battibecco: con UCAI ci siamo ritrovati su una battaglia più seria, che è quella sulla Sovranità dell’ Africa, sulla sua autonomia, su una reale indipendenza. La sento come una battaglia comune, e se posso dar loro una mano gliela do volentieri.

Photo by Stefania D’Alessandro/Getty Images

Andare alle cause ma curare anche gli effetti, però. Che ne dici?

Assolutamente sì. Ma fino a che non si curano le cause staremo sempre a curare gli effetti. Sono d’accordissimo sull’urgenza di aiutare chi viene a trovarsi in situazioni di rischio e di difficoltà grave. Ma le cause? Le cause non interessano a nessuno! E invece è quello il tema vero: e me lo hanno spiegato gli Africani, mica è un pensiero mio… con Otto ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a parlare, a lungo, mi ha spiegato l’Africa, finalmente approfondendo i problemi che nessuno vede, nessuno considera.

Come mai, a tuo avviso?

“Innanzitutto, ed è una cosa che mi dà veramente fastidio, c’è che il Mainstream non intervista mai gli Africani. Cioè, di Africa devono parlare sempre e solo i bianchi, i neri no: non interessa. Allora, ti chiedo: cos’è il Razzismo? E’ dare del “negro” a un nero? Senz’altro. Però forse il Razzismo è anche ignorare gli Africani! Nessuno li sente, nessuno li intervista: è una roba assurda!”

Questa nuova Onlus, UCAI, nasce proprio per questo…

“Io l’ho conosciuta dopo il mio intervento in Rai da Fabio Fazio (nella trasmissione “Che tempo che fa”, n.d.r.) dove si è scatenato un putiferio per le mie parole sul Franco CFA, e Bitjoka che è un economista monetarista mi ha poi aiutato a chiarire molti altri aspetti della questione. Ma c’era stato un precedente: ho visitato un campo profughi in Costa Rica dove c’erano cittadini del Camerun, del Ghana, del Benin, del Togo. Li ho conosciuti e mi sono sorpreso: pensavo di trovare in quel campo soltanto gente che scappata da lì vicino, dal Nicaragua, dagli stati confinanti… E invece erano tutti africani. E loro, fra l’altro erano ragazzi di un buon livello culturale, con degli studi alle spalle, mi hanno raccontato di un’altra rotta migratoria: quella che, in aereo, dalla costa occidentale dell’Africa li aveva portati in Brasile e in Perù  per poi attraversare a piedi mezzo Sud America, attraversando Colombia e Panama… e quando ho chiesto loro il perché di tutto questo, di questa immensa fatica, loro mi hanno raccontato di come l’economia dei loro Paesi sia strangolata dal Neocolonialismo, e dal Franco coloniale in particolare, che gli impedisce di sviluppare un mercato interno, di creare un sistema industriale di trasformazione dei prodotti, dei paradossi del comparto agroalimentare… al che ho incominciato ad informarmi, a studiare, e via internet ho conosciuto UCAI. Visto quello che propone, che sta costruendo, ho telefonato a Otto. E da lì è cominciata una collaborazione, che non è “partitica” ma è di merito, è sul tema. Ma è un tema talmente rilevante che il fatto che pure ci siano delle differenze “politiche” fra il mio ruolo nei 5Stelle e il percorso di UCAI poco importa.  E’ una lotta da portare avanti, questo conta.”


 

CECILE E MAHMOUD, GLI AFROITALIANI CONQUISTANO SAN REMO

Intervista a Cecile Ngo Noug

 

Al Gran Galà UCAI la sua esibizione è stata piena di energia e ha lasciato il segno, Cecile Vanessa Ngo Noug è un’artista che non si scorda sia per le straordinarie doti canore, sia per la presenza scenica che – dall’alto dei suoi 187 centimetri – sa essere dolce, giocosa o dura come una roccia quando serve. E, visto che non si fa dimenticare, Cecile la abbiamo anche ricordata 21enne concorrente di San Remo nel 2016. Portava un pezzo che fece scalpore fin dal titolo: N.E.G.R.A. Fu un caso di cui parlò tutta Italia. Era la prima volta che una ragazza nata da genitori africani (Camerun) ma italiana al 100% per crescita, studi, cittadinanza e vita quotidiana, portava sul palco più ascoltato della nazione, in diretta, senza filtri, appunto quel suo essere Afro-Italiana che nell’Italia di tre anni fa per molti con-cittadini, da Nord a Sud, era evidentemente ancora un tabù di cui parlare, e capire, il meno possibile. A riprova di quanto fosse in anticipo sui tempi, il pezzo giunto con grandi speranze all’Ariston, non fu capito dalla giuria popolare e si fermò al primo turno. Poi, come spesso capita alle cose migliori di San Remo, il brano ebbe grande successo oltre San Remo. Ma quello che ha motivato la nostra intervista a Cecile, oggi, è il confronto fra il caso “N.E.G.R.A.” del 2016 e il caso, del 2019, “Soldi”: ovvero la canzone di Alessandro Mahmoud che quest’anno ha, invece, addirittura vinto il Festival. Anche Mahmoud è un cittadino italiano al 100% (come egli stesso ha sottolineato in conferenza stampa) che canta però i due mondi che ha dentro di sé: due origini, due culture, l’Africa (l’Egitto), l’Italia e infinite sfumature nel mix.

Che ne pensi, Cecile?

Innanzitutto sono davvero molto contenta per Alessandro, che ho conosciuto proprio fra i giovani di San Remo 2016: eravamo in gara insieme. Lui portava un brano che si intitolava “Dimentica”, io proponevo “N.E.G.R.A.”, poi c’era anche Ermal Meta e quel San Remo-giovani lo vinse Gabbani, che nell’edizione dell’anno avrebbe sbaragliato il campo con “Occidentali’s Karma”… Insomma fu una gara piena di giovani talenti, della quale ho un ricordo bellissimo…

Sì, ma il “caso” fu il tuo “N.E.G.R.A.”: un titolo e un testo così diretti come nessuno aveva osato prima. Cito:
A te che guardi il mio colore come fossi extraterrestre
/ alla mamma che mi nota e stringe i figli a sé.
/ A chi all’asilo mi faceva già strane domande
/ come ad esempio che colore avessi il sangue…  ….sono N.E.G.R.A., N.E.G.R.A., N.E.G.R.A. ma quando mi vedi nuda, non te ne frega più…”

Già. E mi chiesero pure di modificare degli altri versi considerati eccessivi… Certo è un testo forte. Ma… perché no? Lo scrissi con  Lorenzo Lombardi che mi ascoltava parlare della mia vita, anche se il pezzo canta di tutti i tipi di discriminazione, non solo del “Razzismo”. Su quello, però, credo che la vera novità fu che io ne parlavo senza girarci intorno e senza accento straniero, come un’italiana, E italiana infatti sono.

Però questa tua “duplicità”, natura Africana e cultura Italiana, nel 2016 ancora faceva scandalo. Adesso, tre anni dopo, Alessandro Mahmoud vince il Festival. E’ cambiato qualcosa?

Mah… sì, al netto che il pezzo di Alessandro è molto diverso dal mio, è una canzone sul rapporto con suo padre, direi che qualcosa è cambiato e cambierà: i ragazzi di origine straniera ma nati e/o cresciuti in Italia sono sempre di più e nonostante gli episodi di discriminazione non manchino, anzi, la società plurale si afferma nella vita quotidiana, soprattutto fra i giovani, con una forza della “normalità” che è straordinaria. Sai cosa mi piace nella canzone di Mahmoud?

Cosa?

Beh, molte cose. Da un punto di vista più musicale mi piace che abbia un riff chiuso, cioè che quando arriva il ritornello (“SOLDI, SOLDI…”) la voce non si apra a un acuto e non salga di tono come tradizionalmente ci si aspetterebbe. Questo è molto moderno, molto contemporaneo. Ma ci vuole del coraggio per farlo a San Remo. Bravo Alessandro… E poi, tornando a quello che mi chiedevi, mi piace il fatto che nel testo ci sia un verso in arabo… (“Waladi waladi habibi ta’aleena”). Vedi? Lui canta di una storia privata, non di un tema sociale. Ma la cultura a “doppia anima” viene fuori da sé, con naturalezza.

E anche con problematicità, la canzone di Alessandro non tratta di un tema allegro anche se “prende” con il suo ritmo e la sua musicalità…

Sì, certo ci sono problemi, opportunità, gioie, dolori. Personalmente a me piace mixare molto i toni, come infatti accade nei miei dischi. Al Gran Galà UCAI ad esempio ho cantato anche “Afro Funky” che è un pezzo molto allegro. E mischio anche i generi: R&B, Soul, Musica elettronica, Dance, Rap…

La scena Rap sembra essere stata molto importante per fare emergere gli artisti Afroitaliani. Mahmoud, Ghali, Laïoung,  tu e molti altri. Tommi Kuti canta in un suo pezzo:
“Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano. Afroitaliano, perché il mondo è cambiato”.

Questa è indubbiamente una delle grosse novità dell’ultimo periodo, musicalmente parlando. E siccome il mondo gira molto più velocemente di un tempo e poi gli Artisti sono tali se sanno anticipare i tempi e guardare nel futuro, in effetti devo dire che sì, nonostante siano passati solo tre anni dalla mia partecipazione a San Remo,  la scena musicale italiana ha oggi un approccio molto diverso e più positivo rispetto a chi  porta con sé una origine straniera. Però attenzione, la scena rap italiana di oggi non è quella statunitense degli anni ‘90, non c’è quell’impatto politico, di lotta politica antirazzista del primo rap. E sarebbe impensabile ci fosse: il nostro è un altro mondo. Dopo di che io amo il rap, lo frequento volentieri, ma non sono una rapper. Sono una cantante innamorata della musica, tutta. Mi sembra però che, come dicevo prima, l’Italia deve dare per acquisita la presenza in scena, e in primo piano, degli artisti di origine straniera ma italiani al 100%. E’ una cosa bella, perché portano una nota nuova, una ricchezza. L’arte vive di diversità. Per questo sono felicissima della vittoria di Alessandro Mahmoud.

Resta il fatto che il tuo “NEGRA” del 2016 ha contribuito in qualche modo ad aprire la strada a tutto questo, è stato il “caso” che – fra le polemiche – ha segnalato il tema.

Beh, sai… San Remo anche vive di polemiche e se non ce n’è almeno una guai. Ma, a parte gli scherzi, se ho contribuito in qualche modo ad aprire un cammino non lo so. Certo ci ho provato con coraggio, e ora quello che mi circonda musicalmente mi piace. Poi vedremo, io riprendo il mio cammino e vorrei fare ancora tanta strada….


LA NOSTRA COSTITUZIONE PLURALE

Intervento del Giudice Martina Flamini

 

Dal Convegno UCAI sulla Costituzione italiana tenutosi in sala Alessi di Palazzo Marino lo scorso 2 febbraio, pubblichiamo la traccia espositiva dell’ interessantissimo intervento in tema di “discriminazione per motivi razziali” tenuto dalla dottoressa Martina Flamini, Giudice presso il Tribunale di Milano e componente della Sezione specializzata per l’Immigrazione.

Discriminazione per motivi razziali nella giurisprudenza italiana

Il diritto al riconoscimento della pari dignità sociale e alla non discriminazione “ trova primario fondamento sia nell’art. 2 Cost. che riconosce e garantisce anche agli stranieri i diritti fondamentali dell’uomo, sia nell’art. 3 Cost., che sancisce il principio di pari dignità sociale e di eguaglianza davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Trib. Milano, ordinanza 11/272008, ricorrente Rachida el Mouhafid).

La nozione di discriminazione si ricava dalle disposizioni contenute negli art. 43 del D.Lgs. 286/1998 e 2 del D.Lgs. 215/2003. La prima disposizione introduce, in attuazione dei precetti costituzionali, una sorta di clausola generale di non discriminazione e definisce discriminatorio qualunque comportamento che – direttamente od indirettamente – abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica. L’art. 2 del D.Lgs. 215/2003 definisce, poi, la nozione di discriminazione, stabilendo che “ai fini del presente decreto, per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della razza o dell’origine etnica” (facendo salva, al secondo comma, la più ampia nozione di discriminazione per nazionalità, prevista dal citato D.Lgs. 286/1998).

La definizione di discriminazione (artt. 43 del D.Lgs. 286/1998 e art. 2 del D.Lgs. 215/2003) – nella parte in cui si definisce discriminatorio quel comportamento che, direttamente o indirettamente, abbia l’effetto (solo l’effetto e quindi non anche lo scopo) di vulnerare (distruggendolo o compromettendolo) il godimento, in condizioni di parità, dei diritti umani – porta a ritenere che l’imputazione della responsabilità non possa essere ancorata solo al tradizionale criterio della colpa (vedi in questo senso la giurisprudenza comunitaria e, in particolare, la sentenza della Corte di Giustizia, 8.11.1990, Dekker c. StichtingVormingscentrumvoor Jong Volwas-senen Plus, causa C-177/88, in Racc., 1990, p. 3941 e la giurisprudenza nazionale in tema di comportamento antisindacale, Cass. Civ. sez. Lav. 26.2.2004 n. 3917). Secondo la disposizione legislativa, infatti, costituisce condotta discriminatoria anche quella che, pur senza essere animata da uno “scopo” di discriminazione, produca comunque un “effetto” di ingiustificata pretermissione per motivi razziali, etnici ecc.

In particolare, l’art. 43 del D.Lgs. 286/1998 dispone che: “ai fini del presente capo, costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”. Alla stregua della normativa sopra citata è discriminatorio ogni comportamento che provochi una distinzione anche in ragione dell’origine nazionale e quindi della cittadinanza.

Ai sensi dell’art. 2 del D.lgs. 215/2003 costituisce discriminazione per ragioni di razza e origine etnica, non solo il trattamento di svantaggio comparativo subito da un soggetto per motivi connessi a tali fattori, ma anche la “molestia” subita in connessione ai medesimi motivi. Per molestia, si intende “quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi di razza o di origine etnica, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo” (aggettivi da intendersi non in senso cumulativo, come risulta da un’interpretazione letterale della congiunzione “o”, introdotta dalla modifica operata con decreto legge 59/2008, in seguito alla procedura d’infrazione n. 20005/2358 della Commissione Europea).

Quanto alla prova della discriminazione, l’art. 28 del D.Lgs. 150/2001– che, per disposizione dell’art. 8 sexies del d.l. n. 59/2008 contenente disposizioni urgenti per l’attuazione degli obblighi comunitari, ha introdotto un’agevolazione probatoria maggiore di quella originariamente contenuta nel comma 9 dell’art. 44 del D.Lgs. 286/1998, che consentiva solo la possibilità per l’istante di offrire elementi presuntivi anche di natura statistica – prevede un’evidente “alleggerimento” (così, Cass. Sez. lav. 5.6.2013 n. 14206) del relativo onere.

Chi chiede tutela deve offrire elementi idonei a far dedurre l’esistenza della condotta vietata dalla norma, mentre la parte convenuta ha l’onere di dimostrare non soltanto il fatto posto a base dell’eventuale eccezione, ma, in positivo, tutte le circostanze idonee a giustificare il trattamento differenziato o ad escludere l’esistenza stessa di una differenziazione di trattamento (vedi Tribunale di Roma, Sez. III lavoro, ord. 21.6.2012).

L’art. 2 comma 5 del D.Lgs. 286/1998 dispone che: “allo straniero è riconosciuta parità di trattamento con il cittadino relativamente alla tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi, nei rapporti con la pubblica amministrazione e nell’accesso ai pubblici servizi, nei limiti e nei modi previsti dalla legge”.

Fino al 2002 le rassegne di giurisprudenza riportano un numero di “azioni civili contro la discriminazione” in materia di razza/etnia/cittadinanza davvero molto contenuto (prime “storiche” pronunce in materia sono Trib. Milano 21.3.2002, in Foro it., 2003, I, c. 3175, in tema di punteggio aggiuntivo per l’accesso alle case popolari per i residenti con cittadinanza italiana e Trib. Milano 30.3.2000, in Foro it., 2000, I, c. 2040, in tema di comportamento discriminatorio di una agenzia immobiliare): assai meno, dunque, di quelle che nei primi anni di vita della legge di parità (L. 903/77) sono state promosse in relazione a vicende di discriminazione per ragioni di genere.

Una rassegna di giurisprudenza

1. Tribunale di Vercelli 4.12.2014

I ricorrenti hanno lamentato sia che, con le ordinanze comunali 99 e 100 del 2009, è stato emanato il divieto di indossare il burkini su tutto il territorio comunale “nelle strutture finalizzate alla balneazione” ed il divieto di “abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, quale a titolo esemplificativo caschi motociclistici al di fuori di quanto previsto dal codice della strada e qualunque altro copricapo che nasconda integralmente il volto”, sia che v’è stata l’installazione, ad ogni entrata del paese, di cartelli (rimasti in loco per oltre quattro anni) di dimensioni di metri 2 per 3 riportanti la prescrizione “su tutte le aree pubbliche è vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu cumpra’” e mendicanti” inserita all’interno di un simbolo indicante il divieto di sosta; simbolo posto al centro di un cartello contenente, sul lato sinistro, due immagini femminili abbigliate con il niqab ed il burqa e da un’immagine maschile (tutte con sovraimpresse due linee incrociate e l’epigrafe “No niqab e burqa” e “NO Vu cumprà”) e, sul lato destro, un’immagine femminile con il velo islamico e l’epigrafe “SÌ velo”.

Il 23.4.2014 – dopo che il Tribunale di Torino aveva dichiarato inammissibile il primo ricorso – sono stati affissi nuovi manifesti (oggetto del presente giudizio), recanti -in alto sulla sinistra- il simbolo e la dizione “Città di Varallo” sottoscritti -in basso- dal “SINDACO Eraldo Botta” e dal “PRO SINDACO Gianluca Buonanno” (al fianco del nome del quale ultimo è presente la scritta “… I CARTELLI, E QUESTI MANIFESTI SONO STATI PAGATI DIRETTAMENTE DAL SOTTOSCRITTO!!!”), entrambi rappresentati sorridenti, accovacciati e con le braccia aperte, ed aventi il seguente contenuto: “IL RICORSO PRESENTATO DAI 4 “COMUNISTOIDI”, CONTRO I CARTELLI SITUATI AGLI INGRESSI DELLA CITTA’ DI VARALLO,È COSTATO ALLA COLLETTIVITÀ CIRCA 3000 EURO DI SPESE LEGALI !!!SOLDI CHE INVECE POTEVANO ESSERE USATI COME ULTERIORI AIUTI SOCIALI PER LE PERSONE IN DIFFICOLTA’!!!I 4 SUONATORI SONO STATI SUONATI PERCHE’ IL GIUDICE HA DICHIARATO INAMMISSIBILE IL RICORSO DANDO A LORO TORTO SU TUTTA LA LINEA!!!

La “protezione delle vittime” è istituto introdotto da molto tempo nel diritto antidiscriminatorio di matrice comunitaria (cfr. art. 9 direttiva 2000/43, art. 9 direttiva 2000/78, art. 17 direttiva 2006/54) ma ha avuto nel nostro ordinamento applicazione solo relativamente recente con l’introduzione degli artt. 4 bis nei decreti 215 e 216 del 2003.

Nell’occasione, il legislatore italiano si è mostrato di manica larga, adottando una nozione di

ritorsione ancora più ampia di quella prospettata dal legislatore comunitario, accordando la tutela antidiscriminatoria “nei casi di comportamenti, trattamenti o altre conseguenze pregiudizievoli posti in essere o determinati, nei confronti della persona lesa da una discriminazione diretta o indiretta o di qualunque altra persona, quale reazione ad una qualsiasi attività diretta ad ottenere la parità di trattamento”.

Del tutto diverso è il piano della ritorsione, ove la connessione da valutare è soltanto quella tra precedente azione “a tutela della parità di trattamento” (che ovviamente può essere promossa nelle forme più varie e anche da soggetti non appartenenti al gruppo discriminato) e pregiudizio subito.

Nel caso esaminato, l’indagine era di particolare facilità posto che il pregiudizio consisteva nell’aver dileggiato e oltraggiato i ricorrenti proprio in quanto attori di un precedente giudizio antidiscriminatorio: l’azione (se pure conclusasi con il rigetto delle loro domande per carenza di legittimazione attiva) vi era stata; il pregiudizio anche; il collegamento tra azione e pregiudizio era documentale e nasceva dallo stesso tenore dei cartelli e dalle stesse frasi di dileggio (“siete dei suonatori suonati” perché il Giudice vi ha dato torto).

In questo caso il Tribunale di Vercelli ha accertato la natura antidiscriminatoria dei cartelli ha così concluso: condanna il Comune di Varallo, in persona del sindaco p. t., alla pubblicazione sulla home page del sito internet del Comune di Varallo del testo integrale del presente provvedimento; pubblicazione da eseguirsi immediatamente e per almeno 30 giorni dalla pubblicazione di cui al punto 4 del presente dispositivo; condanna Buonanno Gianluca alla pubblicazione integrale del presente provvedimento sulla propria pagina facebook per almeno

30 giorni consecutivi; condanna il Comune di Varallo, in persona del sindaco p. t., Botta Eraldo e Buonanno Gianluca, in solido, alla pubblicazione sull’intera, ultima pagina del Corriere Valsesiano del capo 4 e del dispositivo del presente provvedimento, con indicazione –in maiuscolo e grassetto- della possibilità di leggere l’intera ordinanza sulla home page del sito internet del Comune di Varallo nei successivi 30 giorni; condanna il Comune di Varallo, in persona del sindaco p. t., Botta Eraldo e Buonanno Gianluca, in solido, al pagamento, in favore di Pante’ Maria Rosa, di euro 6.000,00 oltre interessi legali dal presente provvedimento al saldo; condanna il Comune di Varallo, in persona del sindaco p. t., Botta Eraldo e Buonanno Gianluca, in solido, al pagamento, in favore di Ghelma Edoardo, di euro 5.500,00 oltre interessi legali dal presente provvedimento al saldo.

Con riferimento al risarcimento dei danni, i ricorrenti hanno chiesto di quantificare il risarcimento anche in considerazione del carattere punitivo del danno in esame quale risultante dall’art. 28, co. 6, d. lgs. 150/2011, ai sensi del quale “Ai fini della liquidazione del danno, il giudice tiene conto del fatto che l’atto o il comportamento discriminatorio costituiscono ritorsione ad una precedente azione giudiziale ovvero ingiusta reazione ad una precedente attivita’ del soggetto leso volta ad ottenere il rispetto del principio della parita’ di trattamento”.

Occorre tuttavia osservare come molteplici elementi inducano a ritenere che la norma da ultimo riprodotta costituisca un eccezionale caso di danno punitivo espressamente contemplato da parte del legislatore al fine di prevenire possibili, future condotte lesive di un diritto fondamentale. In questo senso depongono, innanzi tutto, quella effettività e deterrenza che, alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia e dell’art. 15 della direttiva 2000/43/CE, devono, come detto, caratterizzare le sanzioni antidiscriminatorie. Quantificare il risarcimento alla luce della sola componente riparatoria significherebbe infatti escludere la funzione repressiva che il legislatore europeo ha inteso assegnare allo strumento risarcitorio e, in definitiva, comporterebbe una dubbia compatibilità del sistema nazionale dei rimedi antidiscriminatori rispetto alla disciplina dell’Unione europea. Del resto escludere la natura punitiva del risarcimento equivarrebbe, nella sostanza, a prospettare un’interpretatio abrogans della norma (il carattere ritorsivo della condotta pregiudizievole costituisce infatti elemento che non può non esser stato già valutato in sede di accertamento dell’intensità del danno non patrimoniale cagionato).

2. Tribunale di Milano, 8 luglio 2016

Il Tribunale di Milano, con ordinanza dell’8 luglio 2016, ha dichiarato discriminatoria la richiesta agli stranieri della tassa sproporzionata per la domanda di rinnovo o rilascio del permesso di soggiorno – anche non di lungo periodo – prevista dal DM 6.10.2011, già annullato dal Tar del Lazio nel maggio scorso, e ha condannato il Ministero dell’Interno, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Presidenza del Consiglio dei Ministri alla restituzione parziale di quanto versato. Giunge così a conclusione la questione che si era aperta dopo la pronuncia della Corte di Giustizia del settembre 2015, alla quale è seguito l’annullamento del citato decreto da parte del Tar che però non aveva indotto le amministrazioni resistenti ad adottare nessun provvedimento: tuttora viene richiesto del tutto illegittimamente il pagamento della tassa nella misura prevista dal decreto annullato. Ora, il Tribunale di Milano statuisce che aver richiesto un pagamento in misura non consentita dall’ordinamento europeo costituisce anche discriminazione e viola il principio di parità di trattamento previsto dalla Direttiva 109/2003, proprio in quanto pretende degli stranieri una tassa sproporzionata rispetto a quanto previsto per analoghi documenti per i cittadini italiani.

L’importanza della pronuncia milanese deriva soprattutto dal fatto che, per la prima volta, viene affermato il diritto al rimborso di quanto pagato dagli stranieri dall’entrata in vigore del decreto. I ricorrenti, cittadini stranieri, sono stati discriminati per motivi di nazionalità atteso che gli stessi – in quanto stranieri richiedenti il rinnovo del permesso di soggiorno –, per ottenere il permesso di soggiorno, sono costretti a pagare una somma notevolmente superiore a quella pagata dagli italiani per usufruire di prestazioni dal contenuto analogo. In particolare, non è contestato che l’onere economico imposto al cittadino dello Stato terzo per ottenere il rilascio del titolo di soggiorno nel territorio nazionale risulti circa otto volte più elevato del costo per il rilascio di una carta d’identità nazionale. La discriminazione per motivi di nazionalità opera, pertanto, in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza ad una nazionalità diversa da quella italiana. Contrariamente a quanto argomentato da parte resistente (in merito al fatto che l’onere di pagamento costituisce una situazione giuridica che può riguardare solo lo straniero e non anche il cittadino), si osserva che si ha discriminazione diretta ogniqualvolta un soggetto sia svantaggiato a causa di una caratteristica che, pur non essendo espressamente indicata quale fattore vietato, sia intimamente e inscindibilmente connessa con il fattore vietato stesso (cfr. Corte di Giustizia 26.2.2008 in merito alla discriminazione per gravidanza come discriminazione diretta fondata sul sesso).

Parte ricorrente, assolvendo all’onere della prova richiestole, ha dimostrato che i cittadini stranieri, costretti a corrispondere le somme di cui al DM 6.10.2011 per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, sono vittima di discriminazione diretta fondata sulla nazionalità. Parte resistente, invece, non ha dimostrato l’esistenza di circostanze idonee a giustificare il trattamento differenziato o ad escludere l’esistenza stessa di una differenziazione di trattamento. Per condividere e far proprie le censure mosse da parte ricorrente, infatti, basti osservare, da un canto, che la congruità della misura dei contributi di cui al citato decreto ministeriale è stata esclusa sia dalla Corte di Giustizia che dal giudice amministrativo; dall’altro, che la maggiore attività istruttoria richiesta per il rinnovo del permesso di soggiorno rispetto al rilascio di titoli di contenuto analogo per i cittadini italiani è stata solo allegata, ma è rimasta del tutto sfornita di prova – le pubbliche amministrazioni resistenti, infatti, si sono limitate ad evidenziare che il rilascio del permesso di soggiorno richiede l’espletamento di “accertamenti complessi” (pag. 15 della comparsa di costituzione), che non sono stati, peraltro, compiutamente indicati, e in relazione ai quali non è stato fornito finanche un principio di prova. In conclusione, in accoglimento della domanda formulata da parte ricorrente, deve essere accertata e dichiarata la discriminazione posta in essere dalle amministrazioni convenute nell’aver determinato, attraverso le disposizioni del DM 6.10.2011, l’importo a carico dei cittadini stranieri per la richiesta di rinnovo o rilascio del permesso di soggiorno e del permesso di soggiorno di lungo periodo in misura sproporzionata rispetto all’importo che è tenuto a pagare il cittadino italiano per documenti di analoga natura.

3. Discriminazione per nazionalità nell’accesso al pubblico impiego

Con due ordinanze emesse in sede cautelare, la prima in composizione monocratica e la seconda in composizione collegiale, i giudici del Tribunale di Firenze hanno diversamente statuito in relazione alla dedotta natura discriminatoria dell’art. 3 del bando di concorso indetto con d.m. 18/11/2016 per 800 posti di assistente giudiziario nei ruoli del personale del Ministero della Giustizia, che impone il requisito della cittadinanza italiana per l’accesso alla selezione pubblica. La candidata di nazionalità albanese e l’Associazione «L’Altro diritto Onlus, Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità» avevano chiesto, in via di urgenza, di rimuovere la clausola discriminatoria e di prorogare la scadenza del termine per consentire ai soggetti privi di cittadinanza italiana ed esclusi di presentare domanda. Con ordinanza del 27.5.2017 il giudice del lavoro aveva riconosciuto sia la legittimazione attiva

della associazione ricorrente, richiamando anche il recente orientamento di legittimità (Corte di Cassazione n. 11165 e n. 11166/2017 in Banca dati ASGI), sia la sussistenza della denunciata discriminazione, avendo rilevato, che in concreto, l’attribuzione del posto a concorso non costituiva «esercizio di pubblici poteri», in quanto «il rilascio di copie conformi e la ricezione in deposito degli atti provenienti sia dal giudice che dall’utenza deve essere limitato solo ai casi urgenti ed indifferibili nella contingente assenza di altri profili professionali di norma preposti a tali attività», occupando perciò una parte ridotta e del tutto occasionale rispetto a quella in collaborazione, preparatoria e assistenza.

Il Tribunale di Firenze in sede di reclamo con ord. 21.6.2017, tenuto conto che la ricorrente (così come gli altri candidati privi della cittadinanza italiana) aveva svolto le prove preselettive a seguito dell’ammissione con riserva, ha rilevato la insussistenza attuale del periculum in mora, da cui l’infondatezza della domanda cautelare. Inoltre ha negato la legittimazione passiva dell’associazione ricorrente affermando di non condividere l’orientamento della Corte di Cassazione espresso nelle sentenze n. 11165 e n. 1166/2017 sostenendo che fosse palese che «il D.Lgs. 215/2003 si riferisca alle sole discriminazioni per ragioni di razza e di etnia, con esclusione di quelle per nazionalità» in quanto «all’art. 3 viene definito l’ “ambito di applicazione” del decreto» che «al comma secondo, espressamente prevede: “il presente decreto legislativo non riguarda le differenze di trattamento basate sulla nazionalità e non pregiudica le disposizioni nazionali e le condizioni relative all’ingresso, al soggiorno, all’accesso, all’occupazione, all’assistenza e alla previdenza dei cittadini dei paesi terzi e degli apolidi…..”». Inoltre, ad avviso della Collegio, «l’espressa limitazione della disciplina alle sole discriminazioni a causa della razza o dell’origine etnica è, del resto, conforme alla direttiva 2000/43/CE, della quale il d.lgs. 215/2003 costituisce attuazione, che, all’art. 3, punto 2, precisa: La presente direttiva non riguarda le differenze di trattamento basate sulla nazionalità […]».

4. Tribunale di Milano 18 maggio 2017

Sussiste l’aggravante della commissione del fatto con finalità di discriminazione etnica e razziale, di cui al comma 1 dell’art. 3 L. 205/93, qualora il delitto di diffamazione di cui all’art 595 c.p. Venga commesso tramite l’utilizzo di frasi dotate di chiara valenza discriminatoria in quanto espressive dell’ idea della superiorità della razza bianca e dell’inferiorità della cultura del paese d’origine della persona offesa e qualora tali frasi, indipendentemente dall’intenzionalità dell’agente, siano indicative di un pregiudizio fondato esclusivamente sull’appartenenza etnica. Rinvio a giudizio di un membro del Parlamento europeo per il reato di propaganda di idee razziste di cui all’art. 1 lett. a) della L.205/1993 (così com modificata dalla L. 85/2006). Il fatto: registrazione integrale della trasmissione radiofonica “La Zanzara” dell’emittente RADIO 24 andata in onda alle ore 18:30 del 29.4.2013, nel corso della quale l’attuale imputato BORGHEZIO Mario, deputato presso il Parlamento Europeo, aveva pronunciato frasi dal contenuto discriminatorio nei confronti dell’allora Ministro per l’Integrazione KYENGE Kashetu, detta Cècile. In particolare, l’imputato, nel commentare alla radio, nel corso della citata trasmissione, la notizia della nomina della KYENGE a Ministro per l’Integrazione, propagandava idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale o etnico, pronunciando frasi quali : “ non siamo congolesi, abbiamo un diritto ultramillenario”, “ gli africani sono africani”, “le tradizioni tribali, il bonga bonga…”, “con il cazzo se gli diamo la casa popolare”, “gli abbiamo dato un posto in un’ASL e che evidentemente è stato tolto a qualche medico italiano…”.

Il Tribunale ha condannato l’imputato per il delitto di diffamazione in danno di KYENGE Cècile, aggravato dalla commissione del fatto mediante il mezzo della pubblicità e con finalità di discriminazione etnica e razziale (artt. 595 c.1 e 3 c.p. e 3 c. 1 L. 205/93), dovendosi in tal senso riqualificare l’originaria imputazione per il reato di discriminazione per motivi razziali (art. 1 lett. a- L. n. 205/1993) .

Difatti, alla luce delle riportate risultanze processuali, ritiene il Collegio che le frasi pronunciate da BORGHEZIO nella citata trasmissione radiofonica, nelle parti riassuntivamente evidenziate, siano potenzialmente lesive della reputazione di KYENGE Cècile e abbiano valenza discriminatoria, ma non siano invece finalizzate a divulgare e propagandare idee di discriminazione per motivi razziali.

5. Trib. Milano, 22 febbraio 2017

Nei cartelli affissi dalla Lega Nord a Saronno si legge: “Saronno non vuole i clandestini” “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse” “Renzi e Alfano complici dell’invasione”. L’art. 18 TFUE vieta ogni discriminazione effettuata in ragione della nazionalità e che l’art. 14 della CEDU si riferisce, espressamente, all’origine nazionale (cfr., inoltre, Corte Costituzionale 187/2010 che ha fatto riferimento proprio all’art. 14 della CEDU per censurare la discriminazione dello straniero con riferimento alle prestazioni sociali).

Con riferimento al diritto interno, sebbene l’art. 2 comma 1 de. D.lgs. 215/2003 introduca un concetto apparentemente più restrittivo di discriminazione, non ricomprendendo la discriminazione per nazionalità, non può non sottolinearsi come il secondo comma del citato articolo faccia salva la medesima nozione di cui al D.Lgs. 286/1998, comprensiva anche della discriminazione per nazionalità, e quindi anche per cittadinanza.

La Corte di Giustizia – sebbene non chiamata a pronunciarsi espressamente su tale problema (ma prendendolo chiaramente in esame, atteso che la questione era relativa alla valutazione di applicabilità della direttiva al caso di un datore di lavoro che aveva dichiarato di non voler assumere lavoratori alloctoni) – ha stabilito che la direttiva 2000/43 si applica alla discriminazione dei lavoratori alloctoni (cioè stranieri: Corte di Giustizia, 10.7.2008, C-54/07).

La discriminazione per motivi di nazionalità opera, pertanto, in ragione del mero rilievo del trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza ad una nazionalità diversa da quella italiana. Appare pertanto evidente come la tutela contro le discriminazioni per etnia e razza e quella contro le discriminazioni per nazionalità si debbano sommare.

Tanto premesso, deve chiarirsi come – nel caso in esame – il fattore di protezione sia rappresentato sia dalla razza ed etnia sia dalla cittadinanza (diversa da quella italiana). Il termine “clandestino”, alla luce dei rilievi che verranno di seguito svolti, ha una valenza denigratoria e viene utilizzato come emblema di negatività. Infatti: il termine “clandestino” contraddistingue il comportamento delittuoso (punito con una contravvenzione) di chi fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del T.U. sull’immigrazione; con l’epiteto di “clandestino” si fa chiaramente riferimento ad un soggetto abusivamente presente sul territorio nazionale ed è idoneo a creare un clima intimidatorio (implicitamente avallando l’idea che i “clandestini”, non regolarmente soggiornanti in Italia, devono allontanarsi). Contrariamente rispetto a quanto indicato nei manifesti per cui è causa, i 32 “clandestini” sono persone che, esercitando un diritto fondamentale, hanno chiesto allo Stato italiano di riconoscere loro la protezione internazionale. Coloro che “temono a ragione di essere perseguitati” e che correrebbero il rischio di essere sottoposti a trattamenti contrari all’art. 3 CEDU, in ossequio al principio di non refoulement (principio di diritto internazionale consuetudinario), non possono essere respinti alle frontiere (cfr. art. 31, 32 e 33 della Convenzione di Ginevra, art. 18 TFUE, art. 18 Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea). Gli stranieri che fanno ingresso nel territorio dello stato italiano, perché temono a ragione di essere perseguitati o perché corrono il rischio effettivo, in caso di rientro nel paese d’origine, di subire un “grave danno”, non possono considerarsi irregolari e non sono, dunque, “clandestini”. L’espressione “clandestini”, evocando l’idea di persone irregolarmente presenti sul territorio nazionale – alle quali viene pagato “vitto, alloggio e vizi”, a costo di grandi sacrifici chiesti ai cittadini di Saronno, ai quali, invece, vengono tagliate le pensioni e aumentate le tasse – veicola l’idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini (italiani e, in particolare, per quel che rileva in questa sede, di Saronno). Emerge con chiarezza la valenza gravemente offensiva e umiliante di tale espressione, che ha l’effetto non solo di violare la dignità degli stranieri, richiedenti asilo, appartenenti ad etnie diverse da quelle dei cittadini italiani, ma altresì di favorire un clima intimidatorio e ostile nei loro confronti. In particolare, il messaggio con il quale si afferma di “pagare” “vitto, alloggio e vizi” ai 32 clandestini e di penalizzare fortemente i “saronnesi” (attraverso l’aumento delle tasse e le riduzioni delle pensioni), è idoneo a creare un clima intimidatorio ed ostile.

Il Tribunale ha così concluso: ordina la pubblicazione dell’intestazione e del dispositivo della presente ordinanza a cura e spese dei resistenti, una volta a caratteri doppi del normale sul quotidiano “Il Saronno”, nonché sul quotidiano “Il Corriere della Sera”, nonché sull’home page dei siti internet della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, della Lega Nord, Lega Lombarda e della Lega Nord, Sezione di Saronno, entro 30 giorni dalla notifica in forma esecutiva della presente ordinanza, autorizzando sin da ora parte ricorrente a provvedervi autonomamente qualora detto termine non sia stato osservato dai resistenti, ponendo le relative spese a carico dei convenuti medesimi; Condanna le la Lega Nord, Sezione di Saronno, la Lega Nord Lega Lombarda e la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania al pagamento nei confronti di ASGI – Associazione studi giuridici sull’immigrazione, e di NAGA – ASSOCIAZIONE VOLONTARIA DI ASSISTENZA SOCIO-SANITARIA E PER I DIRITTI DI CITTADINI STRANIERI, ROM E SINTI, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma di euro 5.000,00 ciascuno in moneta attuale, oltre agli interessi legali dalla presente sentenza al saldo.


MINORANZE E UGUAGLIANZE

Riflessione sull’art. 6 e norme internazionali

di Elda Briganti

Dall’analisi dell’art. 108-bis proposto dall’Onorevole Codignola, durante i lavori dell’Assemblea Costituente del 1947, emerge che la formulazione del testo originario, ovvero: «La Repubblica garantisce il pieno e libero sviluppo, nell’ambito della Costituzione, delle minoranze etniche e linguistiche esistenti sul territorio dello Stato.
Gli enti autonomi regionali non possono, sotto nessuna forma, limitare o modificare i diritti fondamentali del cittadino sanciti dalla presente Costituzione, né emanare norme con essa in contrasto», presentasse modifiche da apportare, come dallo stesso promotore riconosciuto. Il 1 comma ribadisce ciò che è già sancito all’art. 2 della Cost., mentre il 2 comma non considera la già esistente gerarchia delle norme giuridiche.

E’ evidente che il contesto sociale odierno è lontano dalle problematiche della prima metà del novecento. Nell’era della globalizzazione, dell’informatizzazione, della comunicazione digitale, dove l’intero pianeta è connesso in rete (World Wide Web) e ha nell’inglese la sua la lingua universale, nella “società liquida” (Bauman) in continuo movimento e trasformazione che ha nella “fluidità” dei linguaggi la sua regola, la dizione “minoranze linguistiche” perde centralità e perde forza. Nei tempi nuovi non basta più a restituirci il senso che i Padri costituenti intesero evidentemente esprimere nei tempi loro. E dunque la “tutela delle minoranze linguistiche” incontra oggi la necessità di una dizione più, radicale e più compiuta che espliciti in termini contemporanei quello stesso primigenio indirizzo: la “tutela delle minoranze etniche”.

La società moderna, in specie quella italiana degli ultimi 40 anni è stata caratterizzata da una crescente e progressiva composizione multietnica della popolazione, una convivenza plurale fatta di appartenenze antropologiche e culturali diverse. E anche se le dinamiche sociali in moto (incontro/scontro/integrazione/differenza) influenzano e mutano il quadro, ogni appartenenza ha in origine  propri tratti somatici, propri usi e
costumi. Oggi la popolazione italiana è quindi composta anche da minoranze che, anche dopo aver acquisito la cittadinanza italiana, vivono in simbiosi con la propria “altra” nazionalità e sono in connessione (diretta o indiretta) con diversi Stati del globo.

Si evince da un’analisi anche che qui solo accenniamo di questo quadro, le potenzialità, spesso colpevolmente sottovalutate, di intensificare e arricchire la rete dei rapporti politici e commerciali, in specie con i Paesi esteri nei quali il legame con la popolazione italiana è storicamente e tradizionalmente più forte.

Il nuovo assetto sociale richiede però un adeguamento delle norme, al fine di assicurare che le persone appartenenti a minoranze allogene e/o etniche, possano esercitare pienamente ed effettivamente tutti i loro diritti umani e le libertà fondamentali in piena eguaglianza davanti alla legge. A tal fine è necessario partire da una revisione di alcune norme. L’art. 3 della Costituzione lo abbiamo già preso in esame precedentemente, oggi poniamo l’attenzione sull’art. 6 della Costituzione che prevede esplicitamente la
tutela delle minoranze linguistiche ed implicitamente, secondo una interpretazione estensiva della norma in oggetto, anche la tutela delle minoranze etniche.

Richiamando i principi sanciti nella Carta Costituzionale e nelle norme internazionali in materia di tutela delle minoranze nazionali, riteniamo necessario un intervento normativo, volto a garantire il riconoscimento di un pluralismo identitario che caratterizza una minoranza sempre più in crescita della popolazione italiana e che non può più essere ignorata. La crescita e lo sviluppo di una società pluralista prevede innanzitutto una ricomposizione multietnica degli apparati pubblici e privati attraverso apposite norme. Il nostro percorso di analisi parte dalla Costituzione, che essendo la guida madre nell’ordinamento giuridico nazionale, fissa i principi cardine e attribuisce alla legislazione statale il compito di dettare linee, indirizzi e principi guida a cui si devono attenere Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

In seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione con Legge Costituzionale n. 3/2001, che ha dato piena attuazione all’art. 5 della Costituzione riconoscendo maggiore autonomia agli enti più vicino al cittadino, sulla base del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, si pone il problema di determinare il ruolo degli enti territoriali nell’ambito della tutela delle minoranze nazionali.

Se spetta quindi al legislatore fissare i principi e indirizzi generali, spetta agli enti territoriali adottare le misure per favorire la piena attuazione dei principi di uguaglianza affinchè le persone appartenenti a minoranze nazionali possano esprimere le proprie caratteristiche e sviluppare la loro cultura, lingua, religione, tradizione in conformità ai principi ed alle norme nazionali e internazionali.
Dato che, la promozione e la protezione dei diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose o linguistiche:
– contribuisce alla stabilità politica e sociale degli Stati;
– è essenziale alla sicurezza democratica ed alla pace;
– rafforza l’amicizia e la cooperazione fra i popoli e gli Stati;
– incentiva il pieno sviluppo della persona;
la “Dichiarazione sui diritti delle persone appartenenti alle minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18/12/1992, sancisce all’art. 1 che è compito degli Stati proteggere e favorire la promozione di tali identità.

Le persone appartenenti alle minoranze hanno il diritto di partecipare concretamente alla vita sociale economica e politica del paese, hanno il diritto di concorrere effettivamente alla presa delle decisioni sul piano nazionale e regionale in specie quando si riferiscono ad aspetti alla quale esse appartengono.

Le politiche e i programmi nazionali devono essere elaborati e realizzati tenendo conto dei legittimi interessi delle persone appartenenti a minoranze. Una società pluralista e democratica non deve solo rispettare l’identità delle minoranze, ma deve anche creare le condizioni adatte che consentano di esprimere, di preservare e di sviluppare l’identità dei singoli. Il fine deve essere quello di creare un clima di tolleranza e di dialogo per permettere alle diversità culturali di essere fonte di ricchezza e non un fattore di divisione.

Proprio in virtù di queste ragioni la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del 1995, al c.2 dell’art. 4, sancisce che, gli Stati contraenti si impegnano ad adottare misure adeguate per favorire in tutti i settori della vita economica, sociale e politica, una eguaglianza piena ed effettiva tra le persone appartenenti ad una minoranza nazionale e quelle appartenenti alla maggioranza. La Convenzione incentiva l’adozione di misure idonee che permettano alle minoranze nazionali, di conservare, sviluppare e preservare gli elementi essenziali delle loro identità. Attribuisce agli Stati
aderenti, il compito di promuovere lo spirito di tolleranza, di dialogo con misure efficaci per favorire il rispetto, la comprensione reciproca e la cooperazione fra tutte le persone che vivono nel territorio nazionale, in particolar modo nel settore dell’educazione, della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa. Inoltre all’art. 6 impegna le autorità nazionali ad adottare norme appropriate per proteggere le persone che potrebbero essere vittime di minacce o atti di discriminazione, di ostilità o violenza in ragione della propria identità etnica, culturale, linguistica o religiosa. Il fine è quello di garantire
l’effettiva uguaglianza e il pieno esercizio dei propri diritti.

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Per comprendere la necessità di adottare misure idonee per l’attuazione del principio di uguaglianza, è indispensabile una breve e mirata analisi di tale concetto. Uguaglianza significa trattare in modo uguale situazioni uguali e situazioni diverse in modo diverso. Ciò implica che l’uguaglianza è dare a tutti le stesse opportunità per raggiungere una eguaglianza sostanziale.

Per esempio, se si costringono tutte le persone, indistintamente dalle loro condizioni, ad accedere ad un ufficio pubblico dall’ingresso principale, ove per giungervi vi sono diversi scalini, senza costruire una rampa di accesso apposita per disabili o per il passaggio di neonati nel passeggino – pur facendo osservare una regola generale – si creano condizioni di disuguaglianza. Il principio di uguaglianza richiede quindi che tutti abbiano l’accesso agli uffici pubblici, considerando le condizioni di partenza.
Tutela della minoranza, significa quindi attuare il principio di uguaglianza sostanziale, valutando le condizioni di partenza e le difficoltà oggettive esistenti, e creando apposite misure per la rimozione di ogni forma di barriera. Riteniamo pertanto che questo sia il primo passo da compiere per creare una società fortemente coesa fondata sui principi cardine della Carta Costituzionale.

UCAI si è fatto promotore di questo dibattito il 02 febbraio u.s. a Milano, nel confronto sul tema della Tutela della minoranza Afro-italiana, argomento che sarà ancora oggetto di discussione in altri successivi Convegni.


MESI CRUCIALI PER L’AFRICA FUTURA

Al voto il 30% della popolazione e il 50% del Pil
di Stefano Golfari

Nel 2019 andrà al voto quasi il 30% (28,7) della  della popolazione africana e circa il 50% del suo PIL, calcolato che, fra i ben 11 Paesi attesi all’appuntamento con le urne, c’è – a giorni – la Nigeria, cioè l’economia più pesante e popolosa del continente che conta circa circa 376 miliardi di dollari l’anno. E c’è anche il Sudafrica, che vale 349 miliardi di dollari l’anno ed è l’economia più moderna e diversificata d’Africa (i dati sono di Banca Mondiale, riferiti al  2016). 

 

Guardiamo il calendario:

23 Febbraio: Elezioni in Nigeria

24 Febbraio Elezioni presidenziali in Senegal (primo turno)

24 Marzo: Elezioni presidenziali in Senegal (secondo turno)

17 Aprile: Elezioni presidenziali in Algeria

21 Maggio: Elezioni in Sudafrica e Malawi

Giugno: Elezioni in Mauritania

Settembre: Elezioni in Camerun

Ottobre: Elezioni in Botswana e Mozambico

Novembre: Elezioni in Namibia e Tunisia

Dicembre: Elezioni presidenziali in Tunisia

REUTERS/Olivia Acland TPX IMAGES OF THE DAY

Il Congo, altro gigante, grande come tutta l’Europa occidentale, ha votato come noto a fine dicembre (spettatrici attentissime le multinazionali del Coltan e del Cobalto) segnalando, insieme alle incertezze del dopo-voto, una nuova importante linea di tendenza generale nella politica africana: dopo che la vittoria dello sfidante Felix Tshisekedi (38,57%) è stata ufficializzata dalla Corte costituzionale congolese bisogna iniziare a notare come le opposizioni, le opposizioni alle maggioranze governative di lungo corso, siano divenute realmente competitive in questa nuova fase storica. Possono, come appunto nel caso del Congo, vincere. Molte delle sfide elettorali che vivremo nei prossimi mesi (9 nell’ Africa Sub Sahariana e due al nord: Algeria e Tunisia) si caratterizzeranno sullo stesso tema e questa è una novità storicamente importante: si sta per spezzare quel paradosso per cui l’Africa ha la popolazione più giovane del mondo e la classe politica più vecchia? Vedremo. Ma più ancora che l’età sembra in questione la reale democraticità dei sistemi di governo africani, atteso che una Democrazia può dirsi compiuta solo quando esiste la fattuale possibilità che chi sta al Governo poi perda le elezioni. L’alternanza di governo è la prova regina della vera Democrazia, e a questa prova l’Africa è attesa nell’anno 2019. Per la verità il caso Congo ci ha mostrato anche la possibile variante: lì l’anziano presidente Joseph Kabila, dopo 18 anni di potere, ha mandato avanti un proprio “delfino”, Emmanuel Ramazani Shadary, 58 anni, rimanendo dietro le quinte e preparandosi a far valere la propria influenza dopo le elezioni. Tuttavia Shadary ha perso: arrivando terzo dietro il leader dell’opposizione Felix Tshisekedi dell’ UDPS (Union for Democracy and Social Progress) e anche dietro Martin Fayulu. Dopo di che, siccome la Politica è ad ogni latitudine degna dei peggiori sospetti, molto si sussurra di un possibile accordo fra il vecchio Kabila e il “nuovo” Tshisekedi. E i dubbi continuano, anche quelli della Chiesa cattolica congolese che aveva 40.000 osservatori del voto sparsi in tutto il Paese ma ha omesso di dichiarare chi, stando alle sue statistiche, risultasse vincitore.

Il caso Nigeria è, tuttavia, ancora più complicato: il cambio al vertice era già avvenuto nel 2015, con la vittoria di Muhammadu Buhari, dell’All progressives congress (Apc),musulmano di etnia fulani, che sostituì il presidente (di etnia ljo, cristiano) Jonathan Goodluck. Fu la prima volta dal 1960 che il Governo del Paese passò di mano senza fatti traumatici o colpi di Stato. Purtroppo, però, tutte le belle speranze (o le ingannevoli illusioni) si schiantarono contro la crisi economica, cominciata già dal 2014, innescata dal crollo dei prezzi del petrolio che rappresenta l’80% della ricchezza prodotta, e per farvi fronte il Governo non trovò di meglio che aumentare le tasse alla popolazione nigeriana. Guai acuiti dal riesplodere delle controversie etnico-tribali, divenute quasi guerra civile in alcune aree rurali. Questo oltre al persistere della presenza terrorista fondamentalista di Boko Haram e delle sue fazioni. Buhari, che viene da un passato militare, aveva ottenuto qualche buon successo in una prima fase ma ora – mentre il presidente, a 76 anni, è colpito da una misteriosa malattia che lo trattiene spesso all’estero – Boko Haram ha ripreso forza, ha attaccato diverse basi militari nello stato di Borno (Nord-Est) costringendo oltre 30.000 persone alla fuga. Lo spaventoso conteggio delle vittime seppur in calo in senso relativo  (-63% nel 2015, -16% nel 2016), ha fatto 1.532 vittime nel 2017 e 60 morti (22 bambini) solo nell’ultimo attacco nello Stato settentrionale di Kaduna. Proprio a quell’attentato, insieme ai gravi problemi logistici è stata attribuita la decisione di far slittare di una settimana la date delle elezioni: dal 16 al 23. Questo cambiamento dell’ultimo minuto ha provocato oggettivi problemi a chi aveva compiuto o stava per compiere un lungo viaggio, nell’ immensa Nigeria, per andare a votare, e ha innescato furibonde polemiche e velenosi sospetti (di brogli) fra maggioranza governativa e opposizioni. Così si è andati a votare in un bruttissimo clima (si parla anche di scontri mortali, soprattutto negli stati meridionali, ma la situazione ancora è confusa), e nonostante il numero degli iscritti al voto avesse registrato un aumento importante (+18%) alla fine l’affluenza alle urne è risultata in calo rispetto a quattro anni fa e particolarmente bassa fra i giovani, che sono la parte più ampia della popolazione. A Lagos, la principale città del Paese ha votato il 18% degli aventi diritto.

INEC, la Commissione elettorale nazionale indipendente, per bocca del suo funzionario Festus Okoye , si è detta, comunque, «in generale soddisfatta del processo e delle procedure di voto». Il risultato è la vittoria di Muhammadu Buhari, che dunque si riconferma presidente della Repubblica federale nigeriana con il suo partito APC (All Progressives Congress): ha ottenuto la maggioranza dei voti e almeno il 25 per cento delle preferenze espresse in 24 dei 36 stati della Nigeria, criteri entrambi necessari per diventare presidente. Il suo principale avversario Atiku Abubakar del Partito Democratico Popolare (PDP), non ha tuttavia accettato il responso popolare e parla di elezioni truccate. Al momento (scriviamo qualche giorno dopo il voto) la situazione è ancora incandescente e pochissimo chiara. Certo solo è che la seconda vittoria di Muhammadu Buhari non avviene fra gli entusiasmi della prima: nessuno dei tre grandi obiettivi che si era dato (risolvere la crisi economica, combattere la corruzione, vincere Boko Haram) è stato centrato, molte sono le critiche nei suoi confronti e le sue stesse condizioni di salute appaiono precarie – per quel poco che è dato sapere. Così, almeno per ora, riguardo all’ idea di un 2019 come anno di svolta per le classi dirigenti africane, la grande Nigeria sembra dare segnale contrario. Ricordiamoci però anche che la Nigeria è uno Stato federale: due settimane dopo le elezioni politiche generali si terranno le elezione dei governatori – in 29 dei 36 stati e nella capitale Abuja – e delle assemblee degli stati federali. Gli Stati di Lagos e Kano sono quelli con il numero più alto di aventi diritto al voto, rispettivamente 6.570.291 e 5.457.747 persone.

Intanto si è votato (il 24 febbraio) in Senegal, e anche qui ci sarebbe la riconferma del presidente uscente: Macky Sall. Il condizionale è però dovuto, visto che nonostante l’annuncio di vittoria arrivato – prima della conferma ufficiale dei dati – dal primo ministro Mohammed Dionne, ci sono forti contestazioni da parte degli altri due candidati più accreditati,  Idrissa Seck e Ousmane Sonko, i quali fanno fronte comune sostenendo che il reale conteggio dei voti di Macky Sall non supererà lo sbarramento del 50% e dunque sarà necessario il ballottaggio, previsto per il 24 marzo. L’atmosfera politica si sta surriscaldando e – sperando che non accada nulla di drammatico – occorrerà attendere per capire ciò che sta veramente accadendo in Senegal. Se la vittoria di Macky Sall sarà confermata, tuttavia, anche in questo caso dovremmo parlare di “mancata novità”. Fra i temi importanti è da notare che fra gli sfidanti Ousmane Sonko sostiene – a differenza di Sall – l’abolizione del Franco CFA e la lotta alla politica “neocolonialista” della Francia in Senegal.

Come, invece, una nuova leadership possa cambiare le cose lo abbiamo visto di recente in Etiopia: dove il nuovo primo ministro Abiy Ahmed, eletto nell’aprile 2018,  sta perseguendo il cambiamento a un ritmo impressionante, trainando una delle economie africane in più rapida ascesa. Da quando ha preso il potere l’anno scorso, Abiy ha cercato di ristabilire un sistema democratico e multipartitico in un Paese che per venticinque anni è stato guidato da una stessa forza: il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope. Il nuovo corso etiope è ancora molto giovane e occorre prudenza prima di emettere giudizi affrettati, certo però che quanto già fatto da Abiy Ahmed impressiona: ha liberato numerosi prigionieri politici e avviato la lotta alla corruzione all’interno della sua stessa coalizione politica. Ma il risultato più importante è l’accordo di pace con l’Eritrea che, fra l’altro, permetterà all’Etiopia di avere accesso ai porti di Assab e Massaua, cioè di svincolarsi dalla forzata dipendenza da Gibuti.


MANCA UNA VOCE, LA NOSTRA

Global Compact, una occasione persa

Si chiama “Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare” ma l’Italia non lo ha voluto firmare. Dovremo dunque pensare di vivere in un Paese che vuole una immigrazione insicura, disordinata e irregolare? Beh, che dire… sono i paradossi della più paradossale discussione politica dell’ultimo periodo, quella, appunto, sul Global compact. Un fiume di parole (acqua corrente: già dimenticate) valse se non altro a mostrare quanto manchi, nel dibattito italiano sui migranti, la voce dei migranti stessi. E, appunto, quella voce vuole essere UCAI, in rappresentanza, non esclusiva ma specifica, dell’ Africa subsahariana in Italia e dei cittadini italiani che hanno quell’origine, territoriale e/o culturale che sia. Con l’avvertenza però di non prestarsi ad essere solo un’altra voce fra le tante che hanno finora espresso un dibattito così confuso: occorre imporre alla politica italiana una soggettività migrante nuova in quanto autonoma, autorevole e qualificata. Occorre portare le nostre rivendicazioni ad un livello che ancora, purtroppo, collettivamente non lo si è raggiunto. Ci proviamo noi, con umiltà ma anche con la certezza indubitabile di esistere: e siccome esistiamo e viviamo e lavoriamo e paghiamo le tasse e cresciamo i nostri figli (e nipoti) in Italia, se  gentilmente pretendiamo di avere diritto di parola e di attenzione quando si parla di noi, non ci sembra di peccare di superbia.

Del resto, c’è la contro-prova: senza che una voce “nostra” potesse avere rilievo nella cosa, abbiamo assistito, attoniti, alle assurdità sul Global Compact di cui si diceva prima. Sfociate nella clamorosa assenza dell’Italia da Marrakesh all’atto di ratifica internazionale del patto. Badate, come sapete si parla di una intesa non-vincolante, che non esautora gli stati sovrani di nessuna loro competenza. Il Global compact è, in sostanza, un insieme di buoni propositi e di buoni consigli e forse misura più la debolezza che non la forza dell’ONU in questa fase storica. Tuttavia ha finalmente aperto le Nazioni Unite (dalla conferenza di New York nel 2016) a una determinazione operativa di livello globale, internazionale, sulla Questione migranti. E’ un passo verso quella presa di coscienza collettiva a cui, ad esempio, proprio l’Italia faceva appello – prima – per “non essere lasciata sola”. Perché allora all’Italia, a una certa Italia, il Global Compact non è piaciuto?

Per tre motivi, ci pare. Il primo è che di nuovo si è utilizzata la Questione migranti come arma di distrazione di massa dai pasticci tutti italiani che la politica nostrana non è in grado di risolvere. La notizia che il Governo Lega-5Stelle non avrebbe ratificato il patto e non si sarebbe recato a Marrakesh è stata discussa fra novembre e dicembre ed è servita a rubar spazio al dibattito mediatico-politico sulla Manovra economica in difficoltà, quella stessa Manovra che di lì a poco sarebbe stata smentita e cambiata per evitare la procedura di infrazione minacciata dall’Europa. Questa “distrazione” ha fatto gioco al Governo, ma il Ministro Salvini la ha anche sfruttata per un secondo fine: compiere un nuovo e decisivo passo verso la nuova collocazione dell’Italia nel quadro geopolitico globale: vicina ai Paesi dell’Europa orientale (gruppo Visegrad), con Putin come riferimento ideale e Trump (che pure lui non ha firmato il Global Compact) come riferimento operativo. Con il terzo motivo di rifiuto, quello più popolare nel mondo web, entriamo – al fine – nel merito del “Patto”: si è gridato allo scandalo sulla “equiparazione fra i diritti dei profughi e quelli dei migranti economici” per poi paventare su questo, di nuovo, l’”invasione degli immigrati”, a milioni e senza freno. Sarebbe davvero ora che su questo timore di essere “invasi” (dopo aver per secoli invaso loro il mondo) gli europei si imponessero una doccia fredda che calma i bollori: sottratti dalle fredde statistiche le vite in fuga da guerre, carestie, persecuzioni e discriminazioni, i migranti economici si muovono per convenienza economica, non per pazzia, e se finalmente si adottasse il piano economico come tavolo di discussione si scoprirebbero tante cose più interessanti della paura “dell’invasione”.

Invece, ancora una volta – si è alimentata irrazionalmente la paura: il Global Compact, infatti, non ratifica affatto che tutti i migranti abbiano lo stesso diritto di accesso in un qualsiasi paese estero. Quella è questione che viene demandata alla sovranità dei singoli stati, o delle libere unioni fra Stati sovrani. I diritti uguali per tutti che il Global Compact reclama (fin dalla conferenza di New York del 2016) sono semplicemente i diritti umani: il diritto alla dignità umana, al rispetto delle persone che non sono “cose”, non sono “merce”,  deve valere per tutti, e sempre, si dice. E dunque il migrante che giunge in uno Stato che non è il suo fuori dalle regole di legge vigenti in quello Stato stesso, se non ha il diritto di essere accolto per forza ha però il diritto inviolabile a non essere maltrattato, ingiuriato, offeso. E ricattato, minacciato, picchiato, violentato, ucciso come se niente fosse come, purtroppo, spesso accade. Di questo  tratta il Global Compact. Dei diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra di cui l’Italia ha celebrato il 70esimo compleanno in pompa magna, mentre ancora in Tv, sui giornali e sui Social si suonava la grancassa contro “il folle documento Onu che distrugge i confini degli Stati nazionali favorendo l’immigrazione incontrollata “ (Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia). Il Ministro e vicepremier Matteo Salvini ha (da solo, da sé) affossato il Patto internazionale affermando “Non vedo perché mettere sullo stesso piano i migranti economici e i rifugiati politici”. Ma non vedeva una cosa che non c’era. Di più: il web ci ha regalato una infinità di video-selfie nei quali volti più o meno noti della politica nostrana battagliavano e baccagliavano su un Global Compact fatto di pura fantasia. E pensare che non molto tempo fa, il 26 settembre 2018 di fronte alla 73a Assemblea Generale delle Nazioni Unite il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva assicurato: “I fenomeni migratori richiedono una risposta strutturata, multilivello, di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati”.

Cosa manca in questa confusione? Innanzitutto, ribadiamo, una voce forte che arrivi dagli immigrati diventati cittadini italiani a pieno titolo, e proprio titolati a parlare e ad essere ascoltati. Questa voce la vogliamo costruire con UCAI. Anzi la dobbiamo costruire, insieme. Perché, come ancora si è visto sul caso Global Compact, ce n’è davvero bisogno. Per tutti.


I 23 OBIETTIVI DEL GLOBAL COMPACT ONU – Scheda

  1. Raccogliere e utilizzare dati accurati e disaggregati come base per le politiche basate su elementi concreti;
  2. Ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese d’origine;
  3.  Fornire informazioni accurate e tempestive in tutte le fasi della migrazione;
  4. Garantire che tutti i migranti abbiano la prova dell’identità legale e documentazione adeguata;Migliorare la disponibilità e la flessibilità dei percorsi per la migrazione regolare;
  5. Agevolare il reclutamento equo ed etico e salvaguardare le condizioni che garantiscono un lavoro dignitoso;
  6. Affrontare e ridurre le vulnerabilità nella migrazione;
  7. Salvare vite umane e organizzare sforzi internazionali coordinati per i migranti dispersi;
  8. Rafforzare la risposta transnazionale al traffico di migranti;
  9. Prevenire, combattere e sradicare la tratta di esseri umani nel contesto della migrazione internazionale;
  10. Gestire i confini in modo integrato, sicuro e coordinato;
  11. Rafforzare la certezza e la sistematicità delle procedure di migrazione per gestire in maniera appropriata screening, valutazione e rinvio;
  12. Utilizzare la detenzione solo come misura di ultima istanza e lavorare per individuare alternative;
  13. Migliorare la protezione consolare, l’assistenza e la cooperazione nel ciclo migratorio;
  14. Garantire l’accesso ai servizi di base per i migranti;
  15. Responsabilizzare i migranti e le società affinché si realizzino la piena inclusione e la coesione sociale;
  16. Eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere un discorso pubblico basato su elementi concreti per modellare la percezione della migrazione;
  17. Investire nello sviluppo delle competenze e facilitare il riconoscimento reciproco delle competenze e delle qualifiche;
  18. Creare condizioni affinché i migranti contribuiscano pienamente allo sviluppo sostenibile in tutti i paesi;
  19. 20. Promuovere il trasferimento più rapido, più sicuro ed economico delle rimesse e favorire l’inclusione finanziaria dei migranti;
  20. 21. Cooperare per agevolare il ritorno sicuro e dignitoso e la riammissione, nonché la reintegrazione sostenibile;
  21. 22. Stabilire meccanismi per la portabilità dei diritti di sicurezza sociale e dei benefici ottenuti;
  22. 23. Rafforzare la cooperazione internazionale e la partnership globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare.

Testi composti dal giornalista Stefano Golfari e dalla dott.ssa Elda Briganti