UCAI Newsletter

Gennaio 2019 – #01

LA DIGNITA’ SI PRESENTA BENE.

 

Il 31 gennaio 2019 si terrà a Roma il primo Gran Galà UCAI. Lo scopo dell’evento è quello di annunciare ufficialmente la presenza attiva dell’associazione all’interno del panorama socio-politico-economico italiano. Anche sotto l’aspetto formale, estetico, vogliamo farlo in modo importante e spendiamo qui qualche riga sul punto, che non vogliamo possa essere male inteso. La Dignità – che il motto che accompagna UCAI pone prima di ogni cosa – si presenta bene ovunque, in qualsiasi condizione e sotto ogni aspetto. Non ha bisogno di bei vestiti o di modi raffinati: può stare a testa alta anche nei panni laceri della più cruda povertà, e non si arrende alle offese dei prepotenti – come purtroppo ben sa la nostra Storia – perché è sicura del suo valore.Ma, e in fondo proprio per questo, ogni tanto è bene che la nostra Dignità faccia la padrona di casa, e che ben vestita, sorridente, cortese, saluti gli amici che si è scelta. Anche in Italia, è tempo. Non siamo affittuari di una casa altrui, in Italia. E’ casa nostra qui! Siamo Afroitaliani. E ciò che siamo e saremo non può più stare dietro le quinte del nostro Paese, lo vogliamo sulla scena, illuminato dai riflettori, in un ruolo protagonista, interpretato senza controfigure da noi stessi. Sotto la nostra diretta e consapevole responsabilità. Badate, ripetiamolo: c’è un carico di responsabilità che prima non c’era, o era più sfumato. Ora, con UCAI, l’esito, il successo o il fallimento, stanno in capo a noi tutti. Quindi meglio recitarla bene la parte, che dite? Appunto: se pure le questioni di forma non sono mai le più rilevanti, non è certo per frivolezza che vi invitiamo, ladies and gentlemen, a una serata elegante.

UCAI vuole accogliervi con stile, vuole farvi divertire. Non vi si chiede un impegno difficile. Ma attenzione: come è naturale il nostro primo Gran Galà darà ospitalità ai principali steakholder che si muovono fra Africa e Italia: rappresentanti di istituzioni pubbliche italiane e internazionali, ambasciatori e corpi diplomatici, rappresentanze ONU, una selezione di aziende e investitori privati etc. A loro dovremo saper offrire una nuova finestra attraverso la quale guardare verso l’Africa e verso l’Europa passando per quel naturale ponte fra due mondi che è l’Italia di UCAI, l’Italia degli Afro-italiani. Offrendo loro la nostra visione delle cose, documentandola, dovremo saper essere i migliori testimoni della comunità che siamo.

E chi siamo, alfine? Sotto il profilo giuridico-costituzionale (UCAI ama essere precisa) la risposta maturerà nel convegno che si prepara per i primi del febbraio prossimo a Milano, ne diamo notizia più oltre in questa Newsletter. In termini più colloquiali diremo che, certo: innanzitutto e orgogliosamente, siamo africani. Le radici non si rinnegano mai. Ma l’albero da cui UCAI vuole cogliere i frutti è lo status di Afroitaliani, al quale teniamo moltissimo. UCAI nasce proprio al centro di questa duplicità, per tramutarla in forza, opportunità, chance. Solo noi, noi Afroitaliani, possiamo portare – insieme alle tante Afriche che conosciamo – a un cambio di paradigma che cancelli vecchi stereotipi e luoghi comuni i quali non leggono più la realtà delle cose, la falsificano. E solo noi possiamo portare l’Italia in Africa e l’Africa in Italia in modo nuovo, ragionato sul presente e sul futuro.

Consci dell’importanza strategica di tutto ciò, riconosciamo il dovere prima ancora che il diritto alla sfida di fare di UCAI la voce forte, autonoma, e imprescindibile degli africani d’Italia. Per questo nostro impegno chiediamo rispetto. Anche sotto l’aspetto formale.

E allora una festa bene-augurante per il nostro primo, fondamentale, anno di attività ci sta proprio bene. Vi aspettiamo!


GRAN GALA’ UCAI – scheda

 

L’evento si terrà il giovedì 31 Gennaio 2019 dalle 19.00 alle 24.00 presso la Tenuta di Sant’Antonio sita in Via Elsa Morante, 15 – 00019 Tivoli Terme, Roma.

Il luogo si trova a soli 10 minuti dal Grande raccordo anulare.

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AFROITALIANI PER DIRITTO

 

Il 2 di febbraio, nel Convegno di Milano (vedi il programma pubblicato) lanceremo una sfida di fondamentale rilevanza, che riguarda il rapporto fra la componente sociale Afroitaliana dentroe l’ordinamento giuridico della Costituzione Italiana. L’argomento è tanto complesso e delicato quanto importante, e infatti UCAI lo metterà a tema insieme a giudici, costituzionalisti, avvocati e giuristi di altissima competenza. Tuttavia, nei suoi tratti essenziali, la questione di fondo è molto chiara, e semplice: in ragione dei principi proclamati dalla Costituzione italiana, chiediamo di essere riconosciuti per legge e tutelati per diritto.

Questo traguardo, seppur logicamente circoscritto ai titolari di cittadinanza italiana, se conseguito è destinato a innescare un profondo cambiamento, di forma e di sostanza, nella convivenza plurale di tutti.

Gli Afroitaliani di UCAI non vogliono più fare da spettatori di fronte alle continue e variabili
discussioni intorno ai propri diritti e doveri, non vogliono più essere tenuti in ostaggio dal dibattito politico o più semplicemente giornalistico in relazione a questo o quell’altro
accadimento di cronaca. E’ tempo di affrontare i cambiamenti derivanti da fenomeni di globalizzazione, ripercorrendo i principi sanciti dalla Costituzione.

Di questo si incarica UCAI, in quanto riteniamo nostro e non di altri questo compito. È nostra la responsabilità di portare l’attenzione delle Istituzioni Pubbliche sul tema della tutela della minoranza afroitaliana, al fine di promuovere e fornire gli strumenti più idonei per affrontare le nuove problematiche contemporanee.

Vi invitiamo dunque, cari soci, a partecipare numerosi il 2 febbraio presso la sala Alessi di Palazzo Marino, a
Milano. Anticipiamo alcuni punti di riflessione sul tema, mentre rimandiamo al Convegno una discussione più approfondita.

Un percorso interessante di analisi, ad esempio, verte sull’art. 6 della Costituzione, in cui si legge:

“La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Nel 1948, quando la Costituzione fu approvata, la Repubblica italiana conteneva entro i suoi confini – come ancora è adesso – dei gruppi sociali di lingua madre diversa dall’italiano: come noto ci sono numerose famiglie che parlano tedesco in Alto Adige, francese in Val d’Aosta, ma su scala nazionale il panorama delle “minoranze linguistiche italiane” è molto più complesso di quanto comunemente si valuti. Sono riconosciuti e tutelati ben 12 gruppi linguistici minoritari: albanesi, catalani, croati, francesi, francoprovenzali, friulani, greci, ladini, occitani, sardi, sloveni per un totale di circa 2.500.000 persone distribuite in 1.171 comuni di 14 Regioni. Sulla base di quanto stabilito inCostituzione dall’Articolo 6 – dunque fra i 12 articoli che formano i Principi fondamentali e inviolabili della Costituzione stessa – il riconoscimento e la tutela delle “minoranze linguistiche” è regolamentata da apposite leggi nazionali (come la L. 482/99).

Ebbene, tutta questa composita e meritoria attenzione se osservata dal nostro punto di vista, rende motivata una domanda interessante: cosa tutela alla radice l’Italia, la lingua o l’etnia? Le minoranze linguistiche o le minoranze etniche?
La risposta dice entrambe, ovviamente, poiché la lingua-madre è espressione di una patria, di una terra-dei-padri (e madri, altrettanto ovviamente) diversa da quella italiana. Ricordiamo inoltre che in Italia vi sono storie di minoranze, fra loro molto differenti, che sono state assimilate nel contesto nazionale ma che mantengono una loro stretta identità. Un esempio sono gli “Arbaresh”, minoranze albanesi sparse a macchia di leopardo in alcune regioni del
mezzogiorno che immigrarono in Italia fra il XV e il XVI secolo per sfuggire all’avanzata ottomana, e ancora, gli austriaci del Sud Tirol che all’approvazione della Costituzione italiana nel 1948, vennero inclusi al suo interno, in quanto per amore o per forza – divennero italiani solo trent’anni prima – un lasso di tempo decisamente inferiore a quello dell’arrivo in Italia di molti africani oggi parte di UCAI.

Approfondendo questo cammino si scopre che lingue, storie e culture diverse convivono insieme all’interno della Costituzione in ragione del suo caratteristico “Principio personalistico”, in quanto fondata sui diritti e doveri della “persona” ancor prima che sul “cittadino”. 
 L’art. 2 sancisce così che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” chiave di volta dell’intera costruzione costituzionale. Ora capite bene – per concludere brevemente – che per la nostra Costituzione il valore della persona umana è prioritario rispetto a una sua discendenza culturale e genealogica. E se inoltre già’ riconosce e tutela minoranze etnico-linguistiche differenti dalla maggioranza italiana tipicamente intesa, si apre per i cittadini della diaspora divenuti o nati cittadini italiani una prospettiva che va portata a compimento per ottenere un riconoscimento e una tutela espressamente dichiarata all’interno della Costituzione.

Questo è il nostro obiettivo fondamentale, divenire esplicitamente soggetti di diritto e non soltanto più oggetto di diritto.
Pensate ad esempio con quanta maggiore semplicità ci si potrebbe difendere nei casi di discriminazione, di razzismo, di disparità di trattamento economico, se la comunità alla quale si appartiene è o non è “riconosciuta e tutelata” dalla Carta fondamentale dello Stato.

UCAI lavora su questo terreno anche per
prepararsi a forme di difesa legale collettiva (class actions), tutela che avrà maggiore
efficacia quando la griglia dei diritti e dei doveri degli italiani includerà espressamente alla radice la tutela della minoranza afro-italiana. 

Quando la Costituzione italiana chiamerà per nome tutti i suoi cittadini, riconoscendoli come figli suoi, e garantendo l’uguaglianza sostanziale dei diritti fondamentali, l’albero della vita ci darà i suoi migliori frutti per il nostro futuro.


CONVEGNO UCAI

LA TUTELA DEI DIRITTI DELLA MINORANZA
AFRO-ITALIANA: IDEE A CONFRONTO

 


RAZZA, NO GRAZIE?
Per una nuova semantica costituzionale.

 

Il tempo cambia la morfologia dei territori, dei paesaggi, il clima. E, come ben sappiamo, cambia anche le persone, gli usi e costumi, il linguaggio, i valori e le credenze. Con lo sviluppo della scienza, i cambiamenti nella nostra società sono stati vorticosi, in pochi secoli siamo passati da una società prevalentemente agricola a quella industriale ed in pochi decenni a alla società della conoscenza, la nostra. Ed è conseguente che, con il continuo mutamento delle società, anche il diritto giuridico si conformi alle esigenze degli individui che compongono le diverse comunità territoriali.

Vorrei però qui richiamare la vostra attenzione su un caso più particolare, che attiene a teorie e termini che sebbene sorpassati dai tempi, risultano ancora presenti nel dibattito contemporaneo e nel nostro lessico.

L’attenzione è sulla cosiddetta e famigerata “Teoria della razza” che presuppone l’esistenza di diversi gruppi umani biologicamente disitinti fra loro: “razze” che non per variazione clinale di una comune variabilità fenotipica, ma per effetto di una vincolante incommensurabilità genetica svilupperebbero difformi capacità intellettive, differenti riferimenti valoriali, costumi etici e morali dissimili. Una concezione che, con diverse specifiche, ma spesso fra immani tragedie, ha governato e influenzato negativamente la storia dei popoli fino a qualche decennio fa. E produce tuttora i suoi effetti.

Le pulsioni razziste hanno storia remotissima, intrecciata a pratiche eugenetica più o meno violenta. Per rimanere nell’ambito della cultura mediterranea, nell’ antica Grecia il costume spartano imponeva l’eliminazione di bambini di cattiva conformazione. Platone nell’idea di una Repubblica ideale ove preconizzava il matrimonio eugenico. Idee analoghe si riscontrano nella Utopia di Tommaso Moro (1516) e nella Città del sole di Campanella (1603).

La teoria dell’esistenza delle razze viene poi assorbita scientificamente rifacendosi ad alcune idee espresse da Charles Darwin sull’origine delle specie, e poi successivamente riprese ed elaborate da altri scienziati, biologi ed eugenisti.

Se dapprima alcuni fra essi come Francis Galton (1885) fondatore dell’eugenica scientifica o eugenetica, si prefiggevano di impedire la moltiplicazione dei soggetti meno dotati e di favorire la riproduzione degli esemplari migliori, altri come Adolf Hitler si spinsero oltre, elaborando piani di eliminazione di tutte le razze ritenute inferiori.

Il progresso scientifico e tecnologico che caratterizza l’epoca moderna, ci ha permesso di superare il concetto di razza e di superiorità della razza.

La scienza oggi attraverso lo studio del DNA e di come le differenze genetiche sono distribuite fra popolazioni umane, è arrivata a dimostrare ed affermare l’inesistenza delle razze fra gli esseri umani.

Il genetista di fama mondiale Guido Barbujani, oltre a numerose pubblicazioni scientifiche, nel 2007 con il saggio L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana vince il quinto Premio letterario Merck Serono.

Nel 2008 pubblica Europei senza se e senza ma. Storie di neandertaliani e di immigrati, nel 2016 Gli africani siamo noi. Alle origini dell’uomo e nel 2018 Il giro del mondo in sei milioni di anni. Questi sono solo alcuni dei testi pubblicati da Guido Barbujani, ma non è il solo nella comunità scientifica odierna ad affermare l’inesistenza delle razze, ricordiamo in questa sede il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, celebre per aver dimostrato l’infondatezza scientifica del concetto di razza umana.

Constato ed affermato che:

non è possibile classificare gli uomini;  considerato che, anche tratti che crediamo tipici di un territorio sono in realtà il frutto storico di precedenti fenomeni migratori;

considerato che, ciascun essere umano è unico, e nella sua unicità possiede proprie caratteristiche e potenzialità;

Considerato inoltre che:

il concetto di razza non esiste, e citando la celebre frase di Albert Einstein “Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”

riteniamo improprio, secondo l’evoluzione storica scientifica e culturale dei nostri giorni, mantenere in vita termini quali razza, in riferimento al genere umano, per indicare differenze etniche.

L’avanzare delle scoperte scientifiche, gli studi sulla genetica e sull’antropologia, impongo un’analisi e una revisione critica della linguistica odierna.

L’articolo 3 della Costituzione Italiana del 1948 contiene ancor oggi, il termine razza per indicare altre etnie, e affermare l’uguaglianza senza nessuna forma di discriminazione.

Ebbene nel Convegno UCAI del 02 febbraio 2019 a Milano, tale argomento sarà oggetto di dibattito, in quanto riteniamo che solo attraverso la decostruzione di sorpassate e infondate teorie e la ricostruzione di una nuova semantica e visione, si possano superare gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva e consapevole partecipazione di tutti alla vita politica, economica e sociale del Paese.


DECRETO SICUREZZA?

Intervista ad Ali Listi Maman, avvocato a Palermo.

 

L’avvocato Alì Listì Maman ha il suo studio a Palermo, ha sviluppato una profonda conoscenza delle questioni legali legate al rispetto dei Diritti umani e nella sua attività professionale si trova spesso ad occuparsi concretamente di migranti e dei loro problemi. E’ socio UCAI, e come non potrebbe: è cresciuto Afroitaliano  fin da quando arrivò dal Niger ancora bambino, e del resto vive benissimo questa sua doppia appartenenza, in Niger (dove opera l’associazione Malam Mourna Onlus a cui è legato) come in Sicilia dove partecipa attivamente anche al dibattito socio-politico ed era candidato all’ ARS, il Parlamento regionale siciliano, nelle ultime elezioni regionali. Nelle liste del Movimento 5Stelle. Questo suo percorso ha incrociato la mia curiosità giornalistica in un momento particolare, cioè mentre UCAI portava la sua battaglia – con il Convegno del 2 febbraio prossimo – a livello di Carta costituzionale, accadeva che, proprio a Palermo, si creava il “caso” politico-giudiziario della “disobbedienza” del sindaco Orlando al Decreto Sicurezza del Governo. Il “gran rifiuto” del sindaco di Palermo ha, come noto – e clamorosamente – aperto un grande dibattito in Italia, al centro del quale ritroviamo… appunto la Carta costituzionale, a conferma che il tema del Convegno UCAI di Milano è un tema scottante, e di fondamentale importanza.

Quando ne ho iniziato a parlare  abbiamo con Alì Listi quello che mi ha sorpreso – oltre allo straordinario intreccio di coincidenze – è che lui la questione Costituzionale degli afroitaliani la  approccia per così dire “dal basso”, cioè dentro la vita quotidiana e nei casi concreti che la sua attività professionale gli presenta.

Ad esempio?

“Beh, per parlare di cose pratiche, succede ad esempio che l’avvocato va con il suo assistito in Questura per avviare – nel modo più regolare e trasparente – l’iter per la richiesta di protezione umanitaria, quella del modulo C3 per intenderci… Lo scorso novembre, recatomi appunto alla Questura di Palermo con un mio cliente, il funzionario mi ha fermato, c’èuna novità: per parlare con i dirigenti ci vuole l’appuntamento. Benissimo, penso io, si stanno organizzando meglio… E invece quell’appuntamento da allora lo sto ancora attendendo, mentre il mio cliente è – da mesi – in un “limbo” nel quale non si capisce cosa sia: è un “irregolare” è un “regolare”? Lui lo vorrebbechiedere allo Stato, ma “lo Stato” – ovvero la Questura – nemmeno lo riceve. E in mezzo a “piccolezze” come queste, che sono tante, che la nostra Costituzione perde senso, rispettabilità, forza. La Costituzione italiana pone al centro del suo interesse la “persona umana”, prima ancora del “Cittadino”. I diritti umani vengono prima di tutto. Ma poi, al dunque, a quella “persona” che bussa alla sua porta nega dignità, cura, interesse: non risponde nè sì, nè no. Anzi, manco ti riceve. Trasmette una sensazione di indifferenza che è deleteria, brutta, crea problemi. Avere una risposta a una domanda debitamente posta fa parte dei diritti dell’ Uomo? Io credo proprio di sì.

Penso anch’io. E in questo senso UCAI vorrebbe anche occuparsi di “Compliance normativa”, ovvero di quegli atteggiamenti, comportamenti e modi di fare che vanno conformati a uno standard di civiltà. Standard che non può conoscere confine fra uomo e uomo: tutti sono tenuti a conoscerli, rispettarli e farli rispettare. Ma, a questo proposito: c’è chi dice che il comportamento del sindaco della sua città, avvocato, –  e mi riferisco ovviamente a Leoluca Orlando – abbia sovvertito ogni regola sul Decreto-sicurezza: un sindaco non può disobbedire alla Legge…

“Dunque, io non sono “orlandiano”, anzi in passato mi sono riconosciuto nelle istanze portate avanti dal Movimento 5 Stelle in Sicilia e con loro mi sono anche presentato alle elezioni. Non rinnego quel percorso. Ma, ritengo che il sindaco abbia fatto la cosa giusta. E ritengo mio dovere morale dirlo, affermarlo e comportarmi di conseguenza.

Capito. Ma “la cosa giusta” qual è?

Sotto l’aspetto tecnico-giuridico la “cosa” è un po’ complessa, in Italia: diciamo che è giusto sollevare una questione che è la Corte costituzionale a dover risolvere. Nel senso che, nel nostro ordinamento, un sindaco non può adire direttamente alla Corte suprema, ecco che la sua “disobbedienza” innesca l’intervento del sistema giudiziario. Tutto si tiene: il sindaco non può “disobbedire” e basta, ma nemmeno il Ministro può fare quello che vuole. Ci sono pesi e contrappesi, e l’unità di misura è la Carta costituzionale.  Per tutti.

Il Ministro Salvini ha però sottolineato che anche il Presidente della Repubblica ha controfirmato.

E’ una sottolineatura impropria. Perché non viviamo in una Repubblica presidenziale e, con tutto il rispetto per il presidente della Repubblica e il difficile ruolo che ha, che ci starebbe a fare la Corte costituzionale se la legittimità delle leggi fosse sancita dalla sola firma del Capo dello Stato? Quella e solo quella è la sede che la Costituzione individua per un giudizio compiuto. Ma Salvini anche dimentica, guarda caso, che un intervento del presidente Mattarella c’è stato: quando ha firmato ha contemporaneamente inviato al presidente del Consiglio Conte una lettera nella quale ricordava proprio gli obblighi costituzionali dello Stato, e citava l’articolo 10 della Carta..

Ricordiamolo: ““L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici” E forse vale la pena di ricordare anche (sarebbe stato pleonastico qualche anno fa, ora non più) che la Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’ ONU a Parigi nel 1948 recita al primo articolo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

E invece il Decreto-Salvini su Uguaglianza, Dignità e spirito di fratellanza, sembra impegnato a creare problemi. Dice che “ “il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”. Si parla di persone, i richiedenti asilo, che comunque permarranno a lungo sul nostro territorio, autorizzati a farlo dallo Stato.

E’ stato notato che la nuova legge non vieta in assoluto l’iscrizione anagrafica per altre vie: ci si domanda ad esempio se possa valere a questi fini il modulo C3, rilasciato dalle Questure previ esami fotosegnaletici e verifica Eurodac delle impronte digitali.

Già, ma, qualche minuto fa, discorrevamo di quel mio cliente che accompagnato dall’ avvocato non riesce da mesi ad avere nemmeno il primo appuntamento, in Questura, a Palermo. E attende l’appuntamento proprio per avviare la richiesta del C3. Dunque di che parliamo? Di un problema in più, di una difficoltà in più. E perché? Perché il Decreto “Salvini”, o meglio la Legge 132 del 1 dicembre 2018, si impegna a creare ulteriori problemi? A persone che comunque – autorizzate dallo Stato – risiederanno a lungo sul nostro territorio? L’iscrizione all’anagrafe è necessaria per ottenere il certificato di residenza e la carta di identità. Senza un documento di identità valido le persone vengono spinte verso la marginalità, verso il lavoro irregolare e le residenze abusive. E la criminalità organizzata non aspetta altro. Dunque perchè?

Si risponda, avvocato..

No, qui l’avvocato si ferma e fa un passo indietro.  Rispondo da cittadino italiano e afroitaliano che osserva la politica e i politici e ha esperienza diretta del tema di cui parliamo. E pertanto esprime – direi doverosamente –  le sue libere opinioni.

La ascolto…

E’ del tutto evidente che creare problemi agli immigrati non è un problema, per Salvini. Anzi, al contrario: se i problemi dovessero diminuire,  diminuirebbero lo scontento e la rabbia degli italiani e di conseguenza calerebbe anche il consenso per Salvini. In estrema sintesi, dunque, la risposta è la seguente: si creano più problemi agli immigrati perché risolvere i problemi non è nell’interesse di Matteo Salvini.

Fosse come dice lei ci sarebbe un grave problema al Governo: un Ministro che non esercita la sua funzione “nell’interesse esclusivo della nazione” come dice la formuna del  giuramento pronunciando il quale è entrato in carica…

Salvini è il segretario della Lega: un tempo la Lega, allora Lega Nord, stava in campagna elettorale permanente contro il Sud Italia e i meridionali. Non lo può fare più, da quando ha acquisito una dimensione nazionale. Ma può agevolmente prendersela con gli immigrati, che provengono da altri Paesi e fra l’altro non hanno immediatamente diritto di voto. Vorrei sbagliarmi, ma non mi sembra che la nomina a Ministro abbia fatto maturare in Salvini un nuovo tipo di impegno. E’ sempre e innanzitutto il Segretario della Lega, e si comporta di conseguenza.

Lei però, Alì Listi, si è candidato in passato con il Movimento 5 Stelle, che ora è al Governo con la Lega di Salvini: il “Decreto-Salvini” è un decreto legge del Governo 5Stelle-Lega

Non rinnego quella voglia di cambiamento che mi ha portato ad aderire al progetto a 5Stelle. Rimanendo nel tema dobbiamo dirci con estrema chiarezza che il progetto di accoglienza costruito e gestito dai governi di Centrosinistra è fallito, l’impegno pubblico è mal distribuito, il ricorso ai privati è male organizzato, ha creato situazioni assurde e  – a parte qualche isola felice – il sistema generale non funziona affatto. Ma con altrettanta chiarezza voglio, ora e in futuro, essere sincero con la mia coscienza: se qualcuno, chiunque sia, fa qualcosa che io giudico sbagliato lo devo dire. Senza sconti. E se invece fa la cosa giusta pure. Dunque non posso avere dubbi: sulla questione del Decreto sicurezza il sindaco Orlando fa bene, e il Ministro dell’ Interno fa male. Questa è solo l’opinione di Alì Listì Maman, vale solo per me. Ma per me vale molto poiché è sincera. Il cambiamento che io cerco parte dalla sincerità, che è dignità verso se stessi. Prima la dignità. Sempre.


RIMESSE: UNA TASSA STUPIDA

 
Dal primo di gennaio tutti i trasferimenti di denaro verso i paesi extra europei saranno tassati con un’aliquota dell’1,5%, per ogni singola operazione, a partire da importi minimi superiori a 10 euro. Sono, per dirla con ironia, gli auguri di buon anno agli “immigrati” del cosiddetto “Governo del cambiamento”, che finora poco cambia e molto peggiora le politiche rivolte ai suoi con-cittadini di origine straniera. Non lo diciamo in modo pre-giudiziale, anzi. UCAI manterrà – finché sarà ragionevolmente possibile – una apertura di dialogo con chiunque governi il nostro Paese perché se ne sente parte attiva, non contro-parte. Siamo un pezzo di società italiana che reclama il diritto-dovere di essere riconosciuta e tutelata dalla Costituzione, come si diceva presentando il nostro Convegno del 2 febbraio a Milano: abbiamo dunque anche il diritto-dovere di dialogo con il nostro Stato indipendentemente dal colore politico di chi, incidentalmente, lo governa. Il che non vuole dire negarsi le facoltà di critica e di intelletto. Tutt’altro. E infatti: nel caso in oggetto, quello delle rimesse all’estero, ci pare che il Governo in carica stia commettendo un abuso strumentale e del tutto ideologico. L’impressione schietta è che sia stato preso dalla foga di mostrare il “trofeo” di un qualche provvedimento punitivo nei confronti dei migranti dopo averne promessi tanti (e tanto assurdi) in campagna elettorale. C’è un atteggiamento non soltanto gravemente discriminatorio (e attenzione: questa discriminazione la verificheremo sul piano costituzionale) ma anche vanaglorioso e ottuso: fa così chi appare del tutto disinteressato a valutare ciò che è meglio e ciò che è peggio per tutti. E così facendo pone le premesse a un clamoroso fallimento.

Il pronostico è rivolto soprattutto alla Lega, datosi che è un emendamento targato Lega al Decreto “milleproroghe” a regalarci la nuova tassa, e visto soprattutto che la Lega (allora Lega Nord) già sperimentò il fallimento della tassazione delle rimesse all’estero quando era al Governo con Berlusconi, nel 2011. Annunciando di voler combattere le “rimesse clandestine” promosse una legge che incrementava del +2% le transazioni di chi era privo di codice fiscale e matricola INPS, cioè chi lavorava in nero. Poi ci si rese conto – ma, c’era da chiederselo? – che gli “irregolari” trasferiscono in modo “irregolare” i loro soldi, le tasse non le pagano affatto. Si sperava, visto il flop, che da allora si fosse fatto tesoro di un concetto semplice: il flusso legale non va ostacolato, ma invece va favorito per ridurre il flusso illegale e criminogeno. Ci sbagliavamo, la speranza è delusa: annunciare “tassiamo gli immigrati” ha più appeal, evidentemente, del buon senso. Anche quando produce più illegalità e meno incasso per lo Stato.

Il tema, poi va impostato nel quadro internazionale, nel quale tutti i soggetti istituzionali che se ne occupano promuovono la riduzione dei costi dei trasferimenti di denaro nelle forme più tipicamente utilizzate dai migranti: anche l’Italia ha ripetutamente (nei G8 e nei G20 degli anni scorsi) firmato impegni in questo senso. Perché? Perché le rimesse inviate alla propria famiglia dai migranti si sono segnalate essere il miglior sistema per “Aiutarli a casa loro”! Purtroppo, invece dobbiamo di nuovo constatare come, da noi, questo abusato slogan svela la sua odiosa ipocrisia. Al dunque, infatti, non si accetta di valutare positivamente questa forza economica frutto del lavoro, le rimesse all’estero, nonostante la redistribuzione di reddito che autonomamente diffondono “dal basso” rappresenti una leva di progresso altamente più efficace, immediata e proattiva degli “aiuti dall’alto” elargiti dalla comunità internazionale fra le lunghe ombre della burocrazia pubblica e del business privato. La nuova tassa penalizza proprio l’aiuto “a casa loro” che fa migliore economia: in modo identico gli italiani (che migrarono in 30 milioni dalla fine della seconda guerra mondiale in poi) aiutarono dall’estero i loro familiari, anche se ora lo si dimentica. E, per di più, questo Governo sembra volersi dimenticare anche degli impegni presi sull’altro fronte, quello della Cooperazione allo sviluppo. Nella Legge di bilancio 2019-21 i fondi vengono tagliati rispetto agli impegni internazionali assunti nella Agenda Onu 2030: l’Italia investirà 5,077 miliardi secondo i calcoli più aggiornati. E’ tanto in meno di quello previsto dal Documento di Economia e Finanza (DEF) del settembre scorso (5.8 miliardi) e parecchio meno anche di quello che servirebbe per mantenere i nostri aiuti alla Cooperazione internazionale sulla percentuale dello 0,30 del Reddito nazionale lordo (RNL) raggiunta finalmente l’anno scorso e sempre parecchio lontana dalla media europea (0,50) e dall’impegno preso in sede ONU (0,7% del RNL entro il 2030).

UCAI ritiene che molto, per non dire quasi tutto, della Cooperazione allo Sviluppo vada cambiato e ridiscusso. Tuttavia qui si taglia senza nemmeno proporre una discussione, e anzi smentendo i patti internazionali già firmati. Badando solo alle esigenze di cassa contingenti non si farà una buona strada. E lo stesso vale per la tassa sulle rimesse: se ne ricaveranno, è calcolato, circa 60 milioni l’anno prossimo. E’ stato detto che quei 60 milioni serviranno ad evitare la tassa sulle sigarette elettroniche. Che visione c’è in tutto questo? Nessuna. Anzi si rischia di compromettere la crescita del flusso legale mentre – dopo anni di calo – le rimesse all’estero stanno crescendo. Si calcola(va) di raggiunge a fine anno i 5 miliardi e mezzo (il dato è di Fondazione Moressa),e vi preghiamo di notare come la cifra – derivante dal lavoro dei migranti in Italia – è più alta di quella messa a bilancio per aiuti alla Collaborazione e allo Sviluppo (noterete che la cifra, che deriva autonomamente dal lavoro dei migranti, è superiore (alla postazione che il Bilancio dello Stato dedica agli aiuti alla cooperazione e allo sviluppo di cui trattavamo prima, 5 miliardi e 77 milioni per il 2019). Dunque di che parliamo? Di una tassa stupida. E di una ingiustizia che ha mirato attentamente (esclusi i Paesi europei, escluse le transazioni commerciali, incluse le transazioni su conto corrente bancario e postale) ma ha sbagliato bersaglio. Fra le comunità che più salata pagheranno questa follia, dopo quella del Bangladesh e delle Filippine, al terzo posto c’è il Senegal che trasferisce ogni anno più di circa 300 milioni e dunque dovrà versare allo Stato italiano almeno 4,5 milioni in più. Ciò valga come esempio concreto, ma l’ingiustizia è rivolta a tutti noi e UCAI non ha alcuna intenzione di chiudere qui la partita, sulla quale torneremo presto con competenza e determinazione.

Testi composti dal giornalista Stefano Golfari e dalla dott.ssa Elda Briganti