Pubblicazioni

  • C’è bisogno di nuovi nomi

    di No Violet Bulawayo (Bompiani)

Si può avere nostalgia di un paese dove ci si sfama rubando le guave e si vive fianco a fianco con la morte e la malattia? Darling, la protagonista del romanzo, passa l’infanzia nella sua terra, lo Zimbabwe, in una bidonville ironicamente chiamata Paradise. I suoi compagni di giochi sono ragazzi di strada: Bastard, Diolosà, Sbho e Chipo, che ha la pancia perché il nonno l’ha messa incinta. Ma questo mondo misero, in cui ogni sogno sembra morto, ha radici profonde e antiche. Raccontato con la voce schietta e calorosa di una bambina riesce ad avere un senso, una ragione d’essere. L’America, invece, dove Darling si trasferisce poco più che adolescente è il posto più assurdo che esista, dove si perde la propria dignità, dove non si è più persone.
Il romanzo della Bulawayo racconta le sofferenze di chi lascia il proprio paese con una potenza narrativa incomparabile: “Guardate i figli della terra che partono in massa. Che lasciano tutto ciò che fa di loro quello che sono, che partono perché restare non è più possibile. Non saranno mai più gli stessi, perché non puoi più essere lo stesso una volta che ti sei lasciato alle spalle quello che sei, non puoi più essere lo stesso… Guardateli partire in massa anche se sanno che dovranno sedersi sul bordo della sedia perché non devono stare seduti comodi se non vogliono che qualcuno chieda loro di alzarsi e di andarsene…”.
E’ un atto di denuncia del razzismo più sottile, quello di chi pensa che venire in Occidente sia la più grande opportunità che un immigrato possa avere nella vita, a prescindere da tutto: “Quando moriremo i nostri figli non sapranno come piangerci, come seppellirci. Non impazziranno dal dolore… non metteranno i nostri piatti e le nostre tazze sulle tombe… Partiremo per la terra dei morti nudi, senza le cose che ci servono per entrare nel castello dei nostri antenati. E poiché non saremo a posto, gli spiriti non ci correranno incontro, e noi aspetteremo, aspetteremo, aspetteremo: aspetteremo per sempre sospesi in aria come bandiere di nazioni mai celebrate.”

(F. P.)

  • Legittime aspettative

    Il cammino dell’immigrato nella nuova Italia.
    di Otto Bitjoka(Claudiana)

Il libro affronta le tematiche della società italiana con un occhio di riguardo alla posizione delle minoranze. L’autore inizia analizzando il fenomeno della globalizzazione dei movimenti migratori. Spiega le ragioni di questo fenomeno ciclico e il cambiamento che questo sta generando a livello planetario. Guarda al glocalismo (Global e locale) come la via maestra per dare un ordine alla globalizzazione.
Il saggio, ricco di note autobiografiche, cerca di disegnare il cammino dell’immigrato nella nuova Italia: l’autore parla della propria esperienza, dei numerosi ostacoli che secondo lui sono un freno per le minoranze nella società italiana. Da imprenditore e intellettuale esorta il sistema ad aprirsi verso le minoranze per avviare un nuovo corso all’interno del Paese.
Lo fa affrontando temi come “l’inclusione finanziaria e la battaglia per l’inclusione sociale”. Un realismo che mette in scena costi e benefici degli immigrati inseriti nella società. Denuncia la miopia di un sistema basato sulla cooptazione, che esclude coloro che non hanno legami generazionali forti dentro la società. Errori secondo l’autore che frenano il motore della crescita economica italiana, perché i “nuovi italici” sono portatori di un mercato più vasto.
“In questa società l’ibridazione è diventata, a tutti gli effetti, un fiume carsico: è come un corpo d’acqua che scorre sotterraneo”. Il libro a tratti è un dialogo aperto: una sfida tra autoctoni e nuovi italiani il cui scopo è trovare una sinergia per rendere il Paese più dinamico.

Emmanuel Edson

  • Cambio d’Abito

    di Kaha Mohamed Aden
    Pubblicato su Africa e Mediterraneo
    (n.86, gennaio 2017)

Con la nostalgia di un lontano souvenir la scrittrice somala risponde alle proprie domande e alle proprie inquietudini confrontando due periodi. Lo fa con una voce sofferente, il silenzio catartico di una donna emancipata che guarda il corpo flagellato di tante donne della sua terra.
L’autrice ripercorre gli anni passati in Somalia, prima della guerra dei clan, quando da ragazza, guardava con ammirazione le donne più grandi della propria famiglia, il loro modo di apparire in pubblico, di vestirsi senza vergognarsi del proprio corpo. Si chiede perché in così poco tempo la donna somala si sia rifugiata nel Jilbab: un lungo abito spesso di colore nero, grigio o marrone che occulta tutto il corpo. Un cambiamento radicale che lascia un amaro sapore nel cuore della scrittrice, se confrontato ai tempi in cui il Guntiino, il vestito molto colorato che lasciava il collo e le spalle scoperte, era simbolo di una tradizione radicata in un Paese comunque di antica fede musulmana.
Attraverso il Jilbab e il Guntiino, Cambio d’abito diventa un’occasione per analizzare la profonda trasformazione sociale e culturale che ha stravolto la Somalia.
“Gli uomini delle milizie dei clan, di qualunque clan, hanno assunto un ruolo centrale ovunque. È a questo punto, quando eliminare l’altro per difesa o per attacco è diventato il collante e la bussola dei clan, che la violenza su larga scala contro le donne diventa la norma. Gli uomini delle milizie, forti del loro ruolo, si prendono la libertà di stuprare impunemente e le donne si coprono, cambiano d’abito…. Il guntiino, il diric e tutti quei bellissimi veli svolazzanti e trasparenti, sono stati sostituiti da una enorme e spessa stoffa che copre l’intero corpo. In assenza dello Stato e in presenza della violenza dei signori della guerra, nel bel mezzo del caos, le donne in Somalia hanno desiderato la “legge”, la sharia. Quando è stata stracciata la “somalitudine”, quel tessuto reale e metaforico che teneva tutta la popolazione insieme, a mio avviso, le donne hanno interposto questo nuovo vestito tra il loro corpo e la violenza”.
In questo testo, rielaborazione di un racconto orale del 2013, l’autrice offre una lettura originale di un fenomeno che in genere viene liquidato come semplice segno di passiva sottomissione femminile di fronte all’avanzata dei movimenti islamici dominanti. La sua tesi restituisce onore e dignità alle donne somale, che usano il nuovo abito come “corazza” per difendersi dalla violenza dei signori della guerra.
(cambio-dabito-di-kaha-mohamed-aden.pdf)

FP

  • Scrivere per la pace. Rendere l’Africa visibile al mondo

    di Ngugi wa Thiong’go
    (La nave di Teseo)

Ngugi wa Thiong’go è un autore keniano, che ha scritto sia in lingua inglese sia in Kikuyu (una delle cinque lingue del sottogruppo Thagichu delle lingue Bantu, diffusa tra Kenya e Tanzania).
 È considerato lo scrittore più importante dell’Africa orientale e si colloca tra i classici africani a fianco dei nigeriani Soyinka e Achebe, con cui condivide la vasta risonanza internazionale.
I suoi lavori comprendono romanzi, racconti, testi per il teatro e saggi, narrativa per ragazzi.

Per oltre sessant’anni, Ngugi wa Thiong’o ha scritto con indomito coraggio sulla storia, le sfide e le prospettive delle società africane contemporanee, mettendo a rischio la sua libertà quando è stato imprigionato per un anno in Kenya e oggetto di tentativi di assassinio.

Scrivere per la pace. Rendere l’Africa visibile al mondo raccoglie i suoi ultimi saggi, in cui denuncia l’inettitudine degli africani e condanna la mancanza di audacia dei governanti, incapaci di suscitare dentro i loro popoli una coscienza culturale forte. L’autore punta il dito sulle etichette tribali originariamente affibbiate dall’Occidente per meglio dividere gli africani. Invoca la necessità di un patto, una specie di carta dei valori tra i popoli, per combattere la globalizzazione economica che pone l’Africa nella morsa del fondamentalismo capitalista, ma anche per lottare contro la schiavitù e il suo retaggio sempre vivo nelle società contemporanee. Rendere l’Africa visibile è il grido di un intellettuale che si domanda quale ruolo il continente vuole giocare nello scacchiere internazionale del ventunesimo secolo.

Ngugi wa Thiong’o analizza le debolezze del continente, invitando l’Africa a essere orgogliosa delle proprie origini, a essere sovrana del proprio destino. Vede nell’orgoglio africano la via per il risanamento spirituale, l’arma per allontanare le potenze occidentali, che moltiplicano le loro forze grazie alle rivalità interne.
“Che i leader ascoltino i loro popoli e rispettino le loro culture, solo così le loro ambizioni potranno ottenere la loro fiducia”.

Una grande voce africana traccia le piste della speranza.

L. Ntambwe Luboya

  • Osare il ritorno

    di Karounga Camara (Celid)

Diversamente da ciò che si sente ultimamente in giro, la migrazione è, innanzitutto, un fenomeno naturale che si riscontra in quasi tutte le specie. Non è, quindi, strano vedere gli umani spostarsi da un punto all’atro nel corso della loro vita. La curiosità ad esempio può essere un motivo per migrare, e per andare a scoprire lo sconosciuto che, guarda caso, incuriosisce sempre. Oltre ai fatti, così detti naturali, ci sono tanti altri motivi che possono spingere alla migrazione: motivi umanitari e/o economici. Ma qualsiasi siano le ragioni che spingono a migrare, l’individuo rimane sempre in qualche modo legato al suo posto di provenienza. Se non se lo ricorda da solo, glielo faranno ricordare gli altri.
Percorrendo il libro Osare il ritorno di Karounga Camara, si può avere attraverso la sua esperienza, le piste da esplorare per, appunto, “osare il ritorno”. Questo libro ci richiama ad avere il coraggio di affrontare la nostra vita con dignità, essendo in grado ad un certo momento del nostro percorso di guardare indietro, e mirare al nostro passato come punto di riferimento, per attingere le forze di compiere il percorso della vita quando la strada avanti diventa a volte difficile da percorrere. Così, il passato diventa il futuro. Karounga non si è limitato alle chiacchiere, non si è tirato indietro, lui che dopo aver vissuto per anni in Italia, ha deciso di tornare in Senegal dove ormai mette a profitto la sua esperienza italiana. Egli tratta nel suo libro di punti essenziali che permettono di riuscire il così detto ritorno. Li espone talmente bene, che riesce a togliere a chi lo legge la “paura” di tornare. Non sarà per caso che egli parla di “osare”. Perché ci vuole coraggio per osare; bisogna sconfiggere le proprie paure uscendo dalla propria comfort zone, poiché l’idea stessa di tornare fa a volte molto paura. Osare il ritorno è quindi una sorte di terapia che il “medico” Karounga propone a chi, magari pensa di tornare ma dimostra di non sapere come farlo, o magari dimostra di non avere dei punti di riferimento.
L’autore conclude la sua opera con osservazioni interessanti che si possono leggere dalla pagina 93:
“Lo sviluppo dell’Africa avverrà con gli Africani. Non c’è bisogno di essere afro-ottimisti per rendersi conto che in Africa le cose stanno veramente cambiando. Ma l’Africa si svilupperà comunque a modo suo e con un suo ritmo. (…) Sono profondamente convinto che oggi ci sono più possibilità in Africa che in Europa o altrove, soprattutto per gli Africani. Solo che bisogna venire qui per afferrarle, qui sul posto”.
Se l’autore nel suo libro parla di un ritorno fisico, che coinvolge la propria persona dandoci le piste da esplorare, dobbiamo pure essere in grado di farlo, contribuendo alla costruzione e alla crescita dei nostri paesi di origine attraverso opere socio-economiche e la costruzione di reti solidali pur essendo all’estero.
Siamo, all’estero, gli ambasciatori dei nostri paesi. E come tale dobbiamo lavorare per il loro bene. La diaspora avendo una forza da non trascurare, deve “osare il suo ritorno” verso mamma Africa. Vi invito quindi a scoprire l’opera di Karounga Camara, autore senegalese.

Talia Loemba-Bouity